Tanto a me non accadrà mai!

articolo di Luciana Mongiovì

Alcuni fatti di cronaca alquanto cruenti, che hanno scosso la sensibilità collettiva alimentando – come è consuetudine – una sorta di tribunale mediatico, richiedono delle riflessioni più attente. Quando, ad esempio, un bambino piccolo viene dimenticato dentro una macchina per ore con temperature infernali, quando due ragazze attraversano la strada in condizioni di estremo rischio col semaforo rosso e la pioggia battente, quando una persona si mette alla guida dopo aver ingerito alcol e/o assunto stupefacenti, ci troviamo di fronte a fenomeni facilmente e difensivamente etichettati, e così liquidati, come incomprensibili e inaccettabili.

Quando accadono episodi del genere, si attiva a livello sociale e personale, innanzitutto, uno stato di incredulità («come l’ha potuto dimenticare? E’ assurdo! Come è possibile che accadono cose di questo genere?») cui fa seguito, spesso, un distanziamento, un distacco, mediato dall’espressione di giudizi, severi e critici, circa le responsabilità in gioco.
In un reparto di maternità una neo-mamma commenta, mentre innamorata guarda il proprio piccino, «Ma come si fa a maltrattare frugoletti così teneri e indifesi?».
Come si fa? Come può succedere?
Eppure si fa, eppure succede.

Lo scuotimento del lattante, ad esempio, cui talvolta genitori, parenti e figure di accudimento varie, fanno ricorso allorché esasperati dal suo pianto inconsolabile, è un comportamento aggressivo e violento, potenzialmente molto pericoloso, che può esporre il piccolo a gravi lesioni e danni, financo provocarne la morte.
Ma, anche in questi casi, si ricade nel giudizio distaccato e banale: queste sono cose che a me non potrebbero accadere mai!».
Eppure succedono e, dopo, ci si consola con commenti superficiali: «sembrava una così brava persona, non me lo sarei mai aspettato!».

In altri termini, non sono, questi, pensieri pensabili. Non è pensabile che una madre e un padre, che una donna e un uomo, abbiano un’ambivalenza affettiva di fondo, presentino aspetti di sé mai pensati e resi pienamente coscienti a se stessi, esprimano impulsi omicidi o suicidi. La stessa impensabilità regna sovrana per quanto riguarda gli agiti autolesionistici degli adolescenti che talora si manifestano con modalità e forme non del tutto chiare e riconoscibili.

In “Psicopatologia della vita quotidiana” Freud analizzò dettagliatamente tutte le manifestazioni della psiche, quali dimenticanze, lapsus, atti mancati etc., che sono le comuni e frequenti espressioni dell’inconscio nella vita di ogni giorno dell’essere umano, inserito in un contesto articolato di rapporti interpersonali.
Rispetto alle pseudo-analisi formulate in grotteschi talk show, e che riempiono paginoni di giornali o post pubblicati e cliccati a iosa nei social, il fondamentale elemento di discernimento, che ci aiuterebbe a far luce, è la considerazione che ciascuno di noi ha un inconscio. Il che significa che la coscienza, ovvero ciò di cui abbiamo consapevolezza è soltanto una minima parte di noi stessi, e che siamo fortemente determinati da quanto di noi non conosciamo e che, pur non di meno, ci alberga dentro.

Ne consegue, allora, che quanto meno curiamo il rapporto col nostro mondo psichico, quanto meno contatto abbiamo con ciò che davvero, desideriamo, temiamo, fantastichiamo, sogniamo etc., quanto più siamo esposti a quelli che Freud chiamava, appunto, manifestazione di una psicopatologia della vita quotidiana, come dimenticare le chiavi, dimenticare di pulire un neonato per un’intera giornata, dimenticare di assumere una pillola salva-vita, dimenticare la porta di casa o il rubinetto dell’acqua o del gas aperti… E ciò può succedere a tutti; questa è la verità tragica.

Come suggeriva lo psicoanalista inglese W. Bion, la psicoanalisi è tesa alla pubblicazione dei pensieri inediti, favorisce la trasformazione di pensieri, affetti e sensazioni inconsce in rappresentazioni consce, in pensieri pubblici, in un senso comune stabile e riconoscibile.
L’impensabilità, che segna l’assetto socio-culturale attuale, non consente alcuna pubblic-azione; le comunicazioni che ne derivano, pertanto, non sono pensieri nuovi bensì ripetizioni meccaniche del già noto (R. Romano).

Per altro, il bombardamento di stimoli cui siamo sottoposti continuamente, la loro velocità e varietà, aggravano il lavoro mentale di elaborazione e trasformazione in rappresentazioni dotate di senso. Così come, innanzi a una domanda-problema-quesito, si fa più fatica a contenere la spinta alla scarica immediata in una risposta-azione, a scapito del prezioso tempo della riflessione e dell’approfondimento.
A queste condizioni si aggiunge, oggi, un’organizzazione sociale e, nella fattispecie, del lavoro che favorisce il malessere esistenziale e psicologico depauperando la vita familiare del valore del tempo, come ben messo in luce nell’ultima pellicola “Sorry we missed you” dell’indomito Ken Loach, regista sempre attento e sensibile, nelle sue denunce, alle condizioni attuali dei lavoratori.

Il film descrive una progressiva disumanizzazione del protagonista che, collaboratore di un’azienda in qualità di “imprenditore di se stesso a zero ore”, trascina tutti gli altri attori familiari in un vortice di disperazione e di disgregazione delle relazioni affettive. Anche la moglie, lavoratrice autonoma che può rincasare soltanto la sera, ha un crollo psicologico perdendo del tutto la dolcezza e la riflessività che fino ad allora l’avevano caratterizzata.

I figli, a quel punto, incominciano a manifestare il corredo di sintomi di chi viene lasciato sistematicamente da solo dai genitori. Così, il figlio adolescente inanella una sequela di comportamenti oppositivi e al limite con la sociopatia, che sembrano sottendere egoismo e ingratitudine nei confronti dei sacrifici immani profusi dai genitori, ma che segnalano, in realtà, la tipica inquietudine da cui sono sopraffatti i ragazzi che vivono simili condizioni in famiglia. La figlia undicenne, a sua volta, regredisce a sintomi di grave malessere, propri di periodi evolutivi precedenti, quali l’enuresi e la paura di dormire da sola.

Un altro esemplare caso di impensabilità, quello offerto da Ken Loach! E’ impensabile che se lavoro quattordici ore e più al giorno, per sei giorni a settimana, ne deriveranno conseguenze gravi e magari irreparabili per il gruppo famiglia. “Solo per due anni” era il progetto di lavoro così intenso in cui credeva il protagonista del film, dicendosi probabilmente tra sé e sé “tanto a me non accadrà mai!”.

Informazioni su Luciana Mongiovì

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista, è membro associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Lavora presso il suo studio a Catania con pazienti adulti, adolescenti e bambini. Si occupa di clinica e ricerca in campo psicoanalitico. I suoi interessi vertono innanzitutto sullo sviluppo affettivo con particolare attenzione ai livelli primitivi della mente e alla precoce relazione madre-bambino. Suoi oggetti di cura sono: i “sintomi della contemporaneità” quali ansia e attacchi di panico, depressione e sofferenza legata a separazioni e dipendenze; le vicissitudini psichiche dell’adolescente connesse al corpo che cambia; le problematiche riguardanti l’adozione; il disadattamento scolastico con eccessi di aggressività e/o chiusura. Collabora con la rivista pediatrica Paidos.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *