Arte incontra la “tela bianca” il testamento di un emotivo

articolo di Sebastiano Grasso

Proprio dietro casa mia esiste un luogo che amo ripercorrere con il cuore. Mentre il sole viaggia a ovest, a est, appena sotto la linea dell’orizzonte tra cielo e mare, in un fertile lembo di conca basaltica sul limitare della rigogliosa radura mediterranea le immense fronde di due ulivi proteggono un piccolo tempio dall’inedia.

Lo sguardo cade sempre dentro la nicchia, nel suo intatto colore azzurro dove, sospesa nel nulla, brilla una statuetta di pietra bianca pietosamente consumata dalla solitudine. Credo che in quell’altarino non sia mai stato celebrato alcun rito sacro; tuttavia, diversi anni or sono, durante le notti d’estate capitò di vedere la luce di una piccola lanterna rossa.

Pochi giorni or sono, all’interno della villa che presiede la stessa proprietà (Alessi-Gorgone), vidi una parete bianca sulla quale – con una disposizione che non saprei dire se frutto di una calcolata strategia estetica – cinque cornici di diverso formato, ma prive di tela, davano vita a inattese tensioni e cangianti dinamiche. L’incontro con la ‘tela bianca’ ebbe tutta l’aria di essere un appuntamento decretato dal destino.
Da alcuni ritenuta l’espressione del nulla, la tela bianca per altri rappresenta il paradosso del vuoto! Diversi artisti, da Kazimir Malevich a Robert Rauschenberg, per proseguire con Robert Ridman, Agnes Martin e Jo Baer, hanno sfruttato la candida superficie barattandola per zona fertile, una dimensione su cui fare attecchire la personale visione; la si potrebbe intendere come una creatura in grado di evocare il libero arbitrio creativo – un concetto un po’ stirato ma sufficientemente calzante.

Comunque, per i pittori il protrarsi di una tela bianca suscita il timore di avere contratto una qualche sindrome che determina l’assenza di idee. Una certa scuola di pensiero vuole che lo stallo espressivo generato da questa condizione sia più frequente nella categoria dei pittori incerti (aspra definizione che chiama a raccolta i crostari, o gli specialisti del ‘pennello d’oro’), ma soprattutto degli emotivi. Pertanto, la ‘regola aurea’ assegna un quid in più ai veri artisti (i professionisti, coloro che – per grazia infusa – hanno risolto l’emotività), quelli che offrono un leitmotiv riconoscibile e riconosciuto, in grado di trasformare ogni idea (visione) in un’opera ben identificabile (una sorta di cliché stilistico).

Senza fare alcuna distinzione di merito (mi riferisco agli ‘incerti’), prendo in considerazione la categoria degli ‘emotivi’ – una questione di simpatia, di cameratismo esistenziale, o semplicemente di personale identificazione. Cosa significa essere un pittore emotivo! A buona ragione, sostengo che ‘noi’ siamo considerati gli sfigati evocatori del rapporto maieutico con la tela. Se questa definizione può sembrarvi contorta inizio con il dire che in funzione di questo vincolo ogni opera raramente ricalcherà le orme della precedente (benché ne conservi l’approccio stilistico): per esempio, non vedremo mai la ‘serie’ di cavalli, alberi, vasi, dormienti o bagnanti. Ogni opera è il frutto di un’esperienza, di un moto interiore lungo, denso e travagliato; è quindi narrato un fatto a sé stante.

Chiarisco meglio, basandomi sull’esperienza personale. Il mio modo di fare (intendere) pittura non è mutuato da alcun credo (scuola di pensiero), piuttosto rappresenta uno strumento personale con il quale sublimare il disagio esistenziale (inquietudine) verso la pace, l’armonia, l’equilibrio.

Quando osservo una radura immersa nella calura estiva l’impulso è quello di catturare un intimo istante raccolto nel silenzio delle essenze; per fare ciò provo a dipingerlo. Il vero problema sarà risolvere la sensazione. La tela resterà bianca per ore, giorni. Nei primi passaggi di colore scopro tensioni che non avevo considerato. L’artificiosità del gesto accademico riduce la freschezza, al pari del dilemma creativo. Il risultato mi obbliga a cancellare tutto; la tela diventa grigia. Riprendo individuando le precedenti ombre e luci, quindi ricompongo la forma secondo una nuova ipotesi. Capita ancora che l’albero o la radura, non riescono ad incarnare la giusta sensazione: non vedo ‘l’anima’.

I passaggi di colore si susseguono, tutto si confonde, si spegne. Cancello e la tela diventa grigia; ricomincio daccapo. Il processo mi sfianca – dipingere non riconcilia, tutt’altro: è una lotta estenuante tra giusto e sbagliato, vero e falso, bello e brutto, armonia e caos. A sostenermi è la speranza di poter trovare l’esatta soluzione all’improvviso, forse per mera casualità. Se ciò non succede inveisco contro la tela, lanciando pennelli, gettandola a terra e, se non la danneggio irreparabilmente (come accadde per il paesaggio marino, un olio su tavola da mt.1,0 x mt.1,50, qui a fianco) la accantono per giorni, mesi, anni.

Quando la rimetto sul cavalletto la temperatura cromatica risulta attenuata, i colori si presentano placati e pure la tensione psicologica è mutata. In quell’esatto momento tutto diventa più chiaro, riesco a vedere l’emozione. Pochi ritocchi: l’aggiunta di una lacerante campitura, qualche punto luce, leggere velature e tutto si accende, ‘vibra’. Un risultato che rivela quanta distanza ci sia tra il sentire e il vedere; è sempre quel qualcosa di inatteso che restituisce l’incanto di un impercettibile di un ‘attimo’.

«Ahimè…» – disse il gallerista – «…questa condizione sarà la causa del tuo limite». Il limite è dato da coloro che si accaniscono a trovare nell’arte il crogiolo del proprio tormento. Il pubblico chiede originalità (che può anche tradursi in sensazionalità) ma soprattutto continuità, quella che poi i galleristi tentano di proporre secondo determinate formule strategiche!

“Il giardino”, un olio su carta (26,50cmx20,0cm) che ho dipinto nel 2009, l’opera in epigrafe, continua a rappresentare forse una delle sfide più ardue – sotto il profilo stilistico, tecnico, concettuale ed emotivo – che la mia inquietudine ha affrontato e risolto. La ‘tela bianca’ (in quel caso un foglio) restò una pagina muta per anni, fintanto che un giorno quell’altarino e la sua statuetta bianca riuscirono a restituire la poesia del primo istante.

Tuttavia, l’energia creativa fa a pugni con l’emotività. Mi abbandono tra le sublimi note di ‘Fuori dalla notte’ (album Pianosolo di Kim Ozawa – Ludovico Einaudi). Oggi non so più se la pittura sia in grado di restituirmi le emozioni di cui ho bisogno. Per alcuni di noi il destino è quello di saper capire quando la nuova tela resterà bianca per sempre.

Informazioni su Sebastiano Grasso

Sebastiano Grasso (Udine, cl.1965), pittore. Apprende i primi rudimenti dal carnico Arturo Cussigh (allievo di Morandi, Guidi e Saetti). Pur collocandosi nella sfera dei pittori, cosiddetti, “autodidatti”, l’artista vanta una formazione accademica. Ha fatto parte del gruppo artistico: “I dodici movimenti (Sicilia - Acireale)” e “I pittori della luce” (Triveneto). Ha esposto in prestigiose collettive (tra gli altri, con P. Guccione, S. Alvarez, F, Sarnari, il Gruppo di Scicli, A. Forgioli. R. Savinio, A. Gio-vannoni, C.M. Feruglio, Ennio Calabria). E’ presente in varie collezioni private e pubbliche. Vinci-tore della XII^ Biennale d’Arte Internazionale di Roma.
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