Non stiamo commemorando l’Olocausto, lo stiamo attuando, attualizzandolo giorno dopo giorno, complici volenti o dolenti di un genocidio di massa.
Il patto che l’Italia ha siglato con la Libia, la scorsa estate, è stato definito dall’Onu «disumano». Schiavitù 2.0 con migranti torturati nelle carceri e venduti all’asta nei lager libici.

Ma, d’altra parte, siamo abituati da anni alla tratta delle schiave africane, soprattutto donne nigeriane, violentate, abusate e costrette, sotto minacce e ricatto, alla prostituzione nelle nostre strade.

Così come l’inflazione di immagini, servizi e reportage sugli sbarchi degli immigrati, trasmessi di frequente dai mass media, ci espone certamente a un rischio di assuefazione a una mostruosità ordinaria, che vanifica la possibilità di emozionarci, pensare, immaginare ed esercitare quindi una funzione critica.

Sì, perché le migrazioni dai paesi poveri (poveri perché sfruttati, in realtà ricchissimi di potenzialità varie) non è un’emergenza del momento, ma un fenomeno naturale con cui i paesi “occidentali”, inevitabilmente, devono confrontarsi e di cui non possono non farsi carico.

E tuttavia, quanto può essere pericoloso “familiarizzare” con un fenomeno di disumanità, laddove esso si presenta come, pressoché, un’esperienza della quotidianità?

Il cuore del dramma è l’immagine dei migranti inghiottiti dal mare che circonda la nostra isola, prima di scomparire nel nulla, a meno che una mano li salvi; e tutto questo dopo aver subìto violenze, stupri e vessazioni di ogni genere e ogni natura.
Cosa rimane, allora, nella psiche dopo essere stati sottoposti a traumi ripetuti e violenti, destrutturanti per l’identità personale e gruppale, che hanno comportato un gravissimo senso di umiliazione, terrore e impotenza?

I corpi, i cadaveri dei migranti che, di tanto in tanto, riemergono dal Mar Mediterraneo, segnalano, in questo ritmo oscillatorio tra scomparsa e riapparizione, una incompiutezza, l’impossibilità della perdita, del lutto e delle operazioni psichiche di guarigione ad esse associate.
Al contrario, ritornano pezzi, parti, resti, come testimonianza di un inconscio, di qualcosa che non può essere né sepolto, né cancellato, né dimenticato. Molte donne e uomini hanno perso il proprio figlio in mare; non l’hanno visto morire bensì sparire, e sembrano rimasti ancora lì ad aspettarlo.

Primo Levi ha parlato della disumanità come l’esperienza del diventare una cosa agli occhi di un altro essere umano. Una sorta di riduzione della condizione umana al gradiente zero, una reificazione a ciò che, per definizione, non prova alcunché, né è dotata di capacità di costruire o attivare legami affettivi.

Eppure quest’esperienza traumatica, estrema, rimarrà indelebile e indigeribile per la mente, sia per chi l’ha subita, sia per chi l’ha esercitata, modificando irreversibilmente la sostanza umana. Come dire che a naufragare in mare, assieme ai migranti, è il rispetto stesso dell’essere umano, o la sostanza umana, di tutti. Occorre prendersi cura della umanità e della disumanità che, a vari gradi, coesiste in ognuno di noi.

I Ciclopi furono la prima popolazione della Sicilia registrata dalle carte marine dei navigatori greci sin dall’antichità. Nel racconto omerico Ulisse approda, da straniero, nell’isola dove i Ciclopi vengono raffigurati come un popolo autoctono affatto accogliente, e la loro empietà consiste proprio nel non rispettare gli stranieri. Quando Ulisse, con uno scaltro stratagemma, acceca Polifemo nel suo unico occhio, ne ridimensiona l’onnipotenza, ovvero la possibilità di poter vedere e controllare tutto, a trecentosessanta gradi.

E’ possibile ripensare a questo mito come alla genesi di un approccio allo straniero, a ciò che è altro da noi e alle parti straniere che albergano in ciascuno di noi, improntato sull’accoglienza?

Forse che quell’incontro cruento possa aver acceso quella trasformazione evolutiva, psicologica e culturale, in grado di condurci verso una convivenza di culture differenti?

Durante il secondo conflitto mondiale, la Società delle Nazioni (l’attuale ONU) chiese a Popper di contattare un luminare dell’epoca per affrontare alcuni interrogativi sulla nefasta guerra in corso. Popper scelse Freud in qualità di esperto delle dinamiche psichiche inconsce dell’umanità. Freud scrisse, al riguardo, che l’unico rimedio che abbiamo a disposizione per contrastare la guerra è l’amore.

C’è un gran bisogno di prendersi cura – cura intesa come atteggiamento di ascolto, accoglienza e aiuto – della nostra gruppalità interna e dei diritti, anche umani e affettivi, di tutti e di tutte.

E’ stato notato che i reduci dalle persecuzioni naziste, i sopravvissuti dai campi, o persone che hanno perduto l’intera famiglia, spesso hanno bisogno dai trenta ai cinquant’anni per poter ricordare e parlare dei traumi subiti. Occorre aspettare che si apra un varco per la parola, per trasformare un dramma impensabile in un’esperienza rappresentabile; occorre aspettare di poter ricordare per poter dimenticare.