Il Gruppo di Polifemo

Un amore (im)possibile in tre atti

  

   ATTO I

Villa Bellini, mezzogiorno.

C’è poca gente. Un leggero vento agita le cime degli alberi.

Filippo e Dario sono sdraiati sul giardino. Tutte e due con le mani dietro la nuca. Dario commenta la recente pubblicazione del libro dell’amico con una certa rassegnazione. Filippo, con il mento schiacciato sul petto, sta con la testa da un’altra parte.

D – Non c’è molta differenza, in termini di lettori, tra l’esordiente e la celebrità o volto noto, o pubblico, o chiamalo come vuoi. La gente, che sia l’amico o che sia un fan, legge per la persona, sì, per il personaggio, di certo non per la bellissima storia che è stata montata. Le belle storie si vedono al cinema mica si leggono. Siamo un popolo in cerca di un leader, di una guida, capisci? Qualcuno che decida per noi, qualcuno che dica le cose giuste, che scriva per noi la storia giusta. Intendi? Mi stai ascoltando?

F – sì, certo perdinci!

D – siamo un popolo di sensazionalisti. Inglobiamo famelicamente le ossessioni del tempo senza discernerne il messaggio. Facciamo massa e in essa ci riconosciamo. Ci identifichiamo. Pisciare fuori dal vaso è un atto sovversivo, capisci?

F – beh, sì direi!

D – non hai talenti particolari o comunque qualcosa che ti faccia distaccare segnatamente dalla massa. Dovresti fare qualcosa di sensazionale perché la gente possa conoscerti e riconoscerti e seguirti. Si parla di vera e propria fidelizzazione. Dirai: e come fare?

(Dario ci pensa sopra fissando il cielo e raccogliendosi in un silenzio che dura qualche secondo)

D – potresti ammazzare qualcuno. Non uno qualunque, qualcuno d’importante, non d’importante nel senso istituzionale, d’importante per la coscienza popolare, una persona che sia entrata nel nostro Dna culturale. Hai in mente qualcuno? No? T’interessa quello che dico?

F – sì.

D – potresti uccidere un politico, ma non uno di estrema destra. Che so, un Salvini o una Meloni mai! Questo mai! Sarebbe troppo facile. Non diventeresti il liberatore della patria ma un alibi qualunque. Poi troppo prevedibile, su! Quante persone vorrebbero vedere schiattato un Salvini, per fare un esempio. Neppure uno troppo buono, però, la vittima non deve essere troppo amata. Chi c’è di troppo amato in Italia? Credo nessuno. Da noi tutte le cose troppo amate o sono morte o le abbiamo uccise. Dovrebbe essere della statura di un… non saprei, dovremmo pensarci.

F – non voglio uccidere nessuno, Dario.

D – potresti alzarti le sopracciglia ad ali di gabbiano, rifarti gli zigomi, raderti a zero, farti la tartaruga, ti fai il culo come quello di Dominic West, cominci a parlare con un limone in bocca e vai a fare un reality. Fare carriera nei reality, insomma. Prova a diventare un personaggio televisivo. Non la vedo una soluzione per te, però. Fai qualcosa che susciti scandalo. Tipo, fai sesso. E poi scrivi un libro. La verità è che sei timido e un po’ psicopatico, non sai stare con troppa gente intorno.

F – non voglio fare reality, Dario.

D – sul tuo romanzo io non posso dire nulla. Direi sì, bello, scritto bene, ineccepibile, ma ti fideresti di me? Oddio, voglio dire, sono un tuo amico, io vedo te quando ti leggo, risalgo a te. È inevitabile. Le tue parole lasciano una scia, un’ombra, una traccia inconfondibile. Non riuscirei a essere critico come desidererei. Capisci quello che dico?

F – capisco!

D – perché una storia funzioni occorre estraneità tra lettore e autore. La regia ha importanza solo successivamente. Solo quando quella storia s’incista nella tua testa, nel tuo immaginario. Capisci quello che intendo?

F – certo!

D – tu mi chiedi come promuoviamo il tuo romanzo? E se non sei nessuno come ti promuoviamo il romanzo? Sì, lo so, sembra la storiella del datore di lavoro che, per assumerti, ti chiede l’esperienza quando sei ancora sporco di latte. Lo so, è ignobile.

    ATTO II

(Filippo fuma voluttuosamente una sigaretta e osserva divertito una cricca di ragazzine. Dario invece è rapito da una discussione tra un vigile e un signore con il cane libero a spasso)

 

F – la vedi quella moretta? Quella con gli occhiali da sole sulla cinghia dello zaino?

D – sì, allora?

F – chi ti ricorda?

D – chi mi deve ricordare?

F – Tonia, ad esempio

D – Tonia? Il personaggio del…?

F – lei!

D – Filippo, non avrà che tredici anni quella ragazzina lì,

F – beh, allora?

D – Tonia è più che maggiorenne. È adulta.

F – Ha il suo stesso modo di sorridere, di inclinare la testa, di civettare senza voler civettare. Sarei curioso di vederla tra una ventina d’anni, o magari conoscere la madre. Secondo te avrà una sorella?

D – che vuoi che ne sappia io.

F – chissà la voce?

D – la voce… potremmo tornare ai nostri discorsi su come promuovere il tuo romanzo?

 

(Filippo scatta in piedi e si muove verso la ragazzina. Dario, esterrefatto, lo segue guardandosi intorno con un certo timore)

 

F – ciao!

R – ciao

F – posso sapere il tuo nome, per piacere?

D – Dai, Pippo, andiamo via. Se ci vedono con queste bambine…

R – non siamo bambine. Abbiamo tredici anni.

D – Pippo non sono maggiorenni neppure per gli Stati Uniti.

R – e mi chiamo Simona, signore.

F – oddio, signore mi ha chiamato.

D – è quello che sei.

S – perché lo voleva sapere signore?

F – assomigli incredibilmente a una persona…

S – era una persona importante, signore?

F – e sì. Le ho dedicato persino un romanzo.

S – che bello! Anche a mia madre credo l’abbiano dedicato, sa?

F – credi?

D – la finiamo con queste civetterie? Abbiamo cose serie su cui lavorare!

S – così, almeno, mi ha detto.

F – spiegati meglio.

D – o santa Villa Bellini, che giornata!

S – non ricordo bene, signore. Mia madre è stata parca nel…

D – parca?

S – sì, parca nel raccontarmi i fatti. Forse perché si vergogna.

D – e di che diavolo dovrebbe vergognarsi?

F – Dario, su, che modi! È una bambina!

D – ah, lo vedi anche tu finalmente.

S – non sono una bambina. Sono una ragazza.

F – rimaniamo sul tema. Dicevi che tua madre si vergognava. Per quale motivo?

S – credo perché il romanzo alla fine non sia stato terminato. Lui è scappato.

F – lui chi?

S – lo scrittore, e chi sennò!

D – e certo, logico. Ce ne andiamo per favore che ci stiamo facendo prendere in giro da una bambina.

S – non sono una bambina!

D – ma una per cui la guerra non è mai finita (canticchia)

S – mi scusi?

F – Dario non fare lo scemo. Simona, spiegati, perché sarebbe scappato lo scrittore?

S – non conosco i motivi precisi. So che era stato arrestato.

F – arrestato?

S – sì, per omicidio.

D – e sentiamo un po’… omicidio di chi?

S – di uno.

D – di uno, certo. Di uno, quindi reo di unicidio. Hai sentito Filippo?

F – e chi sarebbe questo tipo?

S – il morto ammazzato?

F – sì, quello

S – il migliore amico dello scrittore.

D – ascolta Filippo, è chiaro che questa bambina…

S – non sono una bambina…

D – oh, santa Villa Bellini, taci! Dicevo, è chiaro che questa bambina ha letto il tuo romanzo e adesso ti sta prendendo in giro, no?

F – Simona, hai letto il mio romanzo?

S – quale romanzo?

F – il mio, un amore (im)possibile.

S – no. Lei è uno scrittore?

F – sì.

S – come l’amante di mia madre.

D – mi sembra di stare dentro una scatola cinese.

 

                                                          ATTO III

Libreria di Corso Italia.

Ore 19

La sala è gremita. La maggior parte sono amici dello scrittore e del moderatore. Libri sistemati a ventaglio su un tavolino. Filippo e Dario, assisi, a cavalcioni, con i microfoni in mano, aspettano impazienti d’iniziare.

(Dario sta sfogliando il romanzo di Filippo per cercare un appiglio, qualcosa che attivi l’interesse degli astanti, che li motivi all’acquisto. Il sudore però, che gli riga il viso, e quell’ossessivo mordersi il labbro, segnalano la sua apprensione. Già immagina le facce stanche, annoiate, con occhi pigri che anelano l’uscita)

D – Signore e signori, amici e amiche, ero impaziente di parlarvi del quarto romanzo del mio amico Filippo Cutrera. E’ qui che, più di ogni altra cosa, c’è sacro un tema, quello del doppio. Non il doppio dostojeskiano, il sosia per intenderci, una natura strettamente paranoide, ma piuttosto, faccio un paragone ardito, un doppio dickiano. Cos’è la realtà? Qual è la finzione? Come distinguere l’uno dall’altro? Quanto possiamo essere sicuri che quello che viviamo ci appartiene come reale e non come frutto o informazione o dato generato da altra intelligenza quale, ad esempio, il Valis dickiano.

Astante1: hai rotto le palle

(risate generali)

A2 – non abbiamo capito nulla!

A3 – ma poi che vuol dire dickiano?

D – signore, signori, amiche, amici, mi spetta principiare il discorso argomentando la natura dell’opera. In questo romanzo realtà e finzione si sfiorano, poi si attraversano, e poi si smarriscono.

A1 – quindi è la storia di un amore!

D – non esattamente. Diciamo di un amore che sarebbe potuto essere.

A4 – se?

D – mi scusi?

A4 – di un amore che sarebbe potuto essere, ha detto. Se? Quali erano le condizioni insomma?

D – beh, quali! Questo lo può scoprire acquistando il libro!

(Filippo in silenzio, il mento sopra la sfera del microfono, osserva e ascolta attentamente)

A2 – vorrei sapere di più, perché questi giochi tra finzione e realtà, a me, glielo dico in tutta onestà, non mi convincono.

D – e che vuole sapere di più?

A5 – qual è la novità, perdonatemi? Tutte le storie d’amore vivono l’ambiguità tra reale e finzione. tra quello che diciamo e quello che sentiamo, per dirne una.

D – ma non è questo il tema. Qui abbiamo un reale concreto in carne e ossa e una finzione che è la riproduzione del reale nel romanzo.

A3 – allora una biografia?

D – che intende?

A3 – e che intendo? La storia romanzata di una storia d’amore.

D – e no, perché nella realtà questa storia d’amore non esiste.

A2 – esiste nella finzione?

D – in parte… nella finzione c’è un anelito fugace che poi si dissipa sul finale e la realtà, piena di rammarico e di solitudini, ritorna feroce.

A3 – a quanto mi sembra di aver capito, questa storia d’amore esiste in parte nella realtà e in parte nella finzione.

D – in parte, sì.

A2 – vorrei un bicchier d’acqua.

(risate generali)

(tutti, o quasi, acquistano un libro e, dopo la sacralità della firma, si defilano verso l’uscita. Filippo segue a distanza la ridda di gente che si perde per strada. Fuori una conoscenza…)

F – ciao, che bella sorpresa!

S – ciao. Hai visto?

F – ti è piaciuta la presentazione?

(Dario esce in quel momento per fumare una sigaretta. E’ stravolto)

D – ancora questa bambina

S – non sono una bambina!

D – ma una per cui la guerra non è mai finita (canticchia divertito)

F – Dario su, finiamola!

S – sì, mi è piaciuta. Anche se non ho capito una parola.

F – come hai saputo della presentazione di oggi?

S – me l’ha detto mia madre!

D – la madre del romanzo incompleto?

S – lei, sì.

F – e tua madre, l’ha seguita la presentazione?

S – sì, certo. Me ne ha parlato proprio lei. Voleva vederla!

D – ma guarda, abbiamo dei fans nascosti. E dove sarebbe adesso la tua mammina?

(Filippo si guarda intorno con sospetto)

S – se n’è andata.

F – come e perché mai?

S – perché il suo è un amore impossibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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