Una donna di passaggio

racconto di Liborio Nice

Veniva dalla città e non poteva passare inosservata. Aveva affittato per la villeggiatura estiva il primo piano di una casa a due piani in cima alla ripida stradella chiusa in fondo da un altarino di pietra, dove gli sposini del paese in pegno di felicità venivano a posare le zagare della sposa avvolte nel tulle bianco.
Era venuta ad abitarci alla fine di giugno con il figlio avuto in un matrimonio fallito e che aveva cresciuto da sola. Il bambino era chiaro di carnagione, magro con grandi occhi scuri e teneva stretta la mano della madre senza allontanarsi nemmeno di un passo.
La donna forse non era bella o forse sì, ma il modo di parlare, di ridere, di muoversi era tale che nessuno badava al suo aspetto fisico: tutti erano conquistati dal suo brio, dal suo estro.
Si era subito conquistata la simpatia dei negozianti, del macellaio che le conservava i pezzi di carne migliori, del panettiere che per lei preparava forme di pane inusuali, del farmacista che ogni sera saliva su per la stradella fino all’altarino, guardando su verso il balconcino della donna e, quando la vedeva seduta a prendere il fresco sulla piccola sedia di stoffa, non mancava di salutarla con familiarità.

Dapprima quasi ogni giorno veniva a trovarla un uomo grande, con una pancia prominente e i capelli brizzolati. A volte restava poche ore; altre volte restava a dormire ma invariabilmente, dopo poco che era arrivato, si udivano discussioni accese e non era raro che andasse via sbattendo la porta . Poi, dopo due o tre settimane e una ennesima violenta lite era scomparso definitivamente. La donna aveva esibito per un paio di giorni delle occhiaie scure, poi, a poco a poco, aveva ripreso a muoversi, parlare e ridere come nei primi giorni.
Era un lunedì assolato quando con un vestito colorato, corto sulle ginocchia e che lasciava le spalle scoperte era andata all’ufficio tecnico del comune per chiedere certe informazioni.
Aveva conosciuto lì il geometra e, come era solita fare, forse senza neanche accorgersene, aveva tirato fuori tutto il suo fascino.
Il geometra, vedovo da meno di un anno, non aveva ancora pensato di nuovamente accasarsi. Si accontentava di tener pulita la piccola casa, di coltivare le piante sull’ampio terrazzo di copertura, di leggere.
Svolgeva il suo lavoro con scrupolo e per questo era apprezzato dai colleghi con i quali intratteneva rapporti di grande cordialità; tuttavia, tali rapporti non avevano mai coinvolto le famiglie e il tempo al di fuori dell’orario di lavoro.
Fra gli amici di vecchia data c’era il sindaco con il quale a volte, ma molto raramente, il geometra si vedeva per prendere un bicchierino d’amaro dopo cena nell’unica locanda che si trovava nella piazza del paese e che il gestore aveva battezzato “Osteria della Luna Piena” come quella del Manzoni.

Dopo il lungo, duro periodo della malattia della moglie e la sua dipartita, il geometra aveva organizzato i suoi pensieri e la sua vita da vedovo evitando accuratamente che qualunque emozione ne modificasse l’ordinato trascorrere. Aveva una discreta collezione di libri e trascorreva il tempo libero leggendo o scrivendo le pagine di un libro che non aveva fretta di finire né tanto meno di far leggere.
Quel giorno, quando vide entrare nella sua ordinata stanza al Comune la donna, avvertì subito un certo disagio. La donna lo guardava negli occhi con uno sguardo fra l’interrogativo e il divertito e lui ebbe la sensazione di apparire buffo; tuttavia, per la gentilezza ed educazione che gli erano connaturate, rispose al saluto e chiese come potesse esserle utile.

La donna aveva una voce bassa, non roca, un po’ afona.
Gli espose il problema, lui le assicurò che se ne sarebbe occupato e che le avrebbe dato una risposta entro un paio di giorni. La donna lo salutò con quello sguardo strano e andò via dicendo che sarebbe tornata la settimana successiva.
Appena la porta si fu chiusa dietro di lei, il geometra si sentì prendere da una inspiegabile inquietudine; guardò l’orologio rotondo appeso alla parete di fronte e, visto che era già l’ora di pranzo, scrisse un appunto sulla sua agenda che ripose nel cassetto centrale della scrivania.
Si alzò ed uscì.
[…]

Appena uscito il geometra strizzò gli occhi alla luce di quel mezzogiorno; poi si avviò lentamente verso la locanda dove a volte consumava i suoi pasti. Aveva un intervallo di un’ora e normalmente gli bastava per arrivare a casa, metter su una bistecca, preparare una insalata o far due spaghetti alla sua maniera, con pomodoro a crudo e olio insaporito con aglio, olive nere e acciughe.
Quel giorno però lo aveva colto una certa fiacchezza, forse stanchezza, e non gli andava di ritornare in quella casa.
Entrò scostando la tenda fatta di cilindretti di legno che oltre per le mosche serviva per segnalare l’ingresso di ogni nuovo cliente e fu sorpreso di vedere quasi tutti i tavoli occupati, nonostante fosse lunedì, giorno in cui la locanda era poco frequentata.
Dopo aver salutato il gestore, andò a sedersi all’unico tavolo libero in fondo alla sala ma dal quale poteva vedere, attraverso l’ampia vetrata sul davanti gran parte della strada.

Il signor Dino si avvicinò proponendogli una lista di pietanze da festa grande; il geometra sorrise ed ordinò del calamaro arrosto con contorno di insalata verde e un bicchiere di vino bianco; si appoggiò alla spalliera e muovendo il collo cercò di sciogliere quella rigidezza che regolarmente lo affliggeva dopo una mattinata di lavoro.
In quell’istante la tenda si scostò ed entrò la signora, che aveva ricevuto poco tempo prima in ufficio, tenendo per mano un bambino; la donna si fermò con un mezzo sorriso sulle labbra vedendo la sala piena e rimase sulla soglia mentre il signor Dino si avvicinava.
Parlarono qualche secondo poi l’oste si guardò in giro e si avvicinò con decisione al tavolo del geometra. Sa, dottore, lei è solo… il tavolo è grande… le darebbe fastidio se… la signora.. discreta…Ma s’immagini, prego.

L’oste tornò alla signora e le indicò il tavolo; la signora ebbe una leggera esitazione ma quando il geometra sorrise accennando con la mano ai posti liberi al suo tavolo, si illuminò in un ampio sorriso e con passo elastico si avvicinò.
Il bambino guardò il geometra dritto negli occhi e gli si sedette accanto. La signora si sedette di fronte.
Non pensavo ci fosse tanta gente.
Neanch’io. Mah forse di passaggio e con questo caldo… sa, la gente preferisce non chiudersi a casa a cucinare … e poi qui si mangia bene e si spende poco…
Le parole uscivano con facilità, la conversazione era animata e lui, che normalmente passava per taciturno, si scoprì conversatore; gli vennero in testa battute spiritose a cui la donna non mancava di rispondere con prontezza e arguzia.
Cominciarono a parlare del tempo e finirono per parlare di sé mentre il bambino attaccava famelico la seconda fetta di carne di cavallo.
Alla fine del pranzo lui ordinò una macedonia con gelato e l’idea piacque al bambino che ne chiese una per se. Lei non resistette ai bignè di cioccolato e crema che l’oste vantava come una specialità pasticciera della moglie.
Al primo cucchiaino lei socchiuse gli occhi con voluttà e poi d’istinto gli porse la forchettina dicendogli
Li assaggi… sono deliziosi…
Lui, con un po’ di imbarazzo, si fece imboccare e fu come baciarla.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *