Una metamorfosi

racconto di Adriano Fischer

Era giovedì. Tirava un vento freddo. Bisognava sollevare il gomito all’altezza del viso per proteggersi da questi aculei invisibili. Il cielo andava rannuvolandosi, poi schiarite impreviste, poi di nuovo si rannuvolava. Non pioverà, come da un paio di settimane, ma le signore avevano già aperto tutte l’ombrello.
La vetrina del barbiere era opaca, la bottega si scorgeva appena dalla strada, era vuota, e lui era fuori che fumava annoiato una sigaretta. Teneva gli occhi socchiusi che si perdevano tra le rughe e una frangia di capelli che gli cadeva a riga sulla fronte. Non ricambiava i saluti, se non impercettibilmente, quando erano insistenti, quando la gente gli si parava davanti.
Il bengalese che vestiva una salopette larga e lacera sistemava le casse di frutta l’una sull’altra. Lo faceva ogni giorno verso quest’ora e Piero lo osservava inspiegabilmente curioso perché sembrava che si stesse preparando per chiudere, quando in realtà tirava fino a notte fonda.

Dalla mezzanotte quest’angolo di quartiere era pieno di studenti che per due lire acquistavano birre e super alcolici e li scolavano sul marciapiede o su una panchina che il bengalese era riuscito a recuperare e che aveva inchiodato per terra. Il sabato poteva capitare che una pattuglia della polizia controllasse l’attività ma poi finiva con sconticini e mazzette agli agenti che, fingendo sobrietà, fumavano appoggiati su un fianco dell’auto.
In realtà i ragazzi non facevano neppure tutto questo chiasso, Piero già era a letto che dormiva da un pezzo mentre la gioventù sorseggiava birra e scrollava ipnotizzata il suo smartphone. È strano che non s’incrocino più come una volta gli sguardi della gente. Quando capita, l’espressione è buia, come assente, non si direbbe assorta in chissà che pensieri ma piuttosto sconnessa. È questo vale di giorno quanto di notte. All’aperto come in ufficio.

Piero stava davanti al computer otto ore al giorno. Anche nove quando saltava la pausa pranzo, anche dieci quando si ritirava a casa, e la tentazione del cellulare era forte e irresistibile come un tic nervoso.
Non ricordava mai bene la fisionomia dei suoi colleghi, un po’ perché non era uno che stringeva relazioni di sorta, un po’ perché ciclicamente negli ultimi anni l’azienda stava usufruendo di lavoratori interinali che duravano un paio di mesi scarsi, un po’ perché per tutte quelle ore ci si rivolgeva appena la parola.

Arrivato al portone di casa, Piero incontrava il signor Fausto. I due si ritrovavano sempre a quell’ora a rientro dal lavoro. Si salutavano come due di famiglia costretti a vedersi ogni santo giorno. Il signor Fausto, probabilmente, avrebbe voluto essere chiamato maresciallo perché era un maresciallo ma Piero ci pensava sempre dopo, appena vedeva il suo inquilino prendere l’ascensore ed essere risucchiato su, al sesto piano.
Lui, invece, Piero, abitava al terzo ma gli scalini erano così bassi che farsela a piedi non rappresentava una fatica. E poi c’era bisogno di movimento, far circolare il sangue, quel chilometro che separava la stazione da casa sua, anche se percorso due volte al giorno, non era sufficiente per smaltire tutte quelle ore che stava seduto.

Ogni sera Piero saliva quelle scale, appesantito e fiacco, si aiutava per abitudine con il corrimano freddo e sfregiato e, sebbene sentisse ancora tutta l’energia di un quarantenne, arrivava a destinazione sempre con il fiatone.
Aveva le gambe magre, Piero, i pantaloni gli ballavano intorno, le ginocchia spigolose che minacciavano di bucare il tessuto. La giacca la portava con fastidio ma nello stesso tempo con familiarità, come se ci avesse messo del tempo prima di abituarsi a quell’indumento.
Suonò il campanello, nonostante avesse avuto le chiavi di casa che penzolavano da un passante della cintura. Sapeva che la madre si spaventava appena sentiva lo scatto della porta, anche se sapeva che a quell’ora non poteva essere nessun altro che il figlio, e che nessun estraneo aveva mai aperto la porta di casa.

Piero ha sempre vissuto in quella casa, non sapeva se bene o male il tempo era trascorso in modo lineare senza alterazioni, ritrovandosi quarantenne senza essersene accorto. Non ha mai tentato di farsi una vita propria, da un’altra parte. Non ha mai cercato.
Ha fantasticato, però, un paio di volte di prendere un appartamento tutto per sé ma, non avendo mai avuto una vita, una relazione degna di questo nome, ogni stimolo di emancipazione era andato via via spegnendosi.
Mesi fa aveva intrattenuto un qualcosa, non sapeva neppure lui come definirla, con una che aveva conosciuto su un social. Si chiamava Roy J. e probabilmente quel nome era una invenzione, così come la foto che la ritraeva in costume sul bordo di un trampolino. Chattavano ogni notte, lui, come sua abitudine, si chiudeva a chiave nella sua camera, dopo cena, e si scambiavano confidenze e intimità per ore. Ma era un rapporto che esisteva solamente in rete, nessuno aveva avuto il coraggio di chiedere il numero di telefono all’altro e l’unico modo per sentirsi durante il giorno era sperare in una notifica sul social. Notifica che, tuttavia, non arrivava mai. Era un innamoramento, sì reciproco, che però non portava da nessuna parte. Qualcosa impediva loro di incontrarsi, eppure, a quanto diceva lei, stavano a poche ore di strada l’uno dall’altra. Nessuno insistette più di tanto, e se c’erano delle proposte, erano più stimolate da una specie di educazione impartita in gioventù, una convenzione sociale secondo cui due persone per stare insieme devono vedersi, incontrarsi, toccarsi, che per un desiderio effettivamente realizzabile. Ogni amore, alla fine, comunque espresso, è destinato a risolversi e una mattina presto, senza che la notte si fosse fatta sentire, Roy J. scrisse a Piero che non poteva più andare avanti, che le dispiaceva enormemente ma che si era innamorata di un’altra persona. Piero non replicò, si limitò elegantemente a inviare un cuore trafitto da un dardo e una faccina in lacrime.

La cena era a tavola. Fredda come ogni sera. La mamma, una vispa settantenne con i capelli completamente bianchi che cadevano sulle spalle, ricordò, come d’abitudine, che i vecchietti avevano già mangiato e che alle sei lo stomaco di papà cominciava già a brontolare.
«immaginavo» si limitò a rispondere Piero che mollò la roba nella sua camera, dopodiché si cambiò, si lavò le mani e si sistemò prontamente a tavola.
Il padre, seduto silenziosamente sulla poltrona, aveva a fatica salutato il figlio. Grattugiava, senza farci ormai più caso, un bracciolo del divano con un’unghia. Con l’altra, di mano, seguiva gli aggiornamenti di qualunque tipo dal palmare. Da un anno a questa parte, infatti, quell’uomo, di indole solitaria e di poche, pochissime parole, aveva scoperto le meraviglie della tecnologia, una giustificazione ai suoi silenzi, un passatempo assolutizzante e in grado di sostituire qualunque cosa, in primis la televisione, che dal giorno in cui si era messo in pensione aveva rappresentato un punto fermo. La madre accettò quella trasformazione passivamente, sapendo di dare un enorme dispiacere a Petra che, come figlia, e ancor più come medico, premeva che i genitori non perdessero l’abituale passeggiata ai giardini.
«oggi è giovedì, gioia!» disse la mamma come ogni giovedì «è finita la settimana!»
Piero annuiva silenziosamente davanti ai suoi cavolfiori lessati. Mangiava svogliatamente, un boccone dopo l’altro, senza alcun piacere; così era da diverso tempo ormai e indipendentemente da quello che la madre preparava. Tutto era insipido.

Il silenzio riempiva presto ogni angolo della cucina, un silenzio spezzato ogni tanto da musichette esplosive che provenivano dal cellulare del padre. Allora, tutti si voltavano nella sua direzione, pigramente sorpresi, per ritornare subito dopo ai propri pensieri.
«adesso vedi di riposarti gioia! Una settimana di lavoro è pesante. Chissà quante scocciature a lavoro! Non lo immagino neppure» la mamma prese a sbucciare una mela, il coltello affondato nella buccia, e poi via, asportandola, facendo attenzione che la spirale che andava formandosi non si rompesse, che rimanesse intatta fino a che non cadesse sul tavolo. Piero osservava la madre in quell’attività ossessiva ma che tuttavia le dava piacere, il piacere forse del controllo, del mantenere integro il quadro d’insieme, di una idea di linearità che quella donna curava religiosamente.

Ripulì così il tavolo dalle bucce che eliminò sbrigativamente dentro la pattumiera. Dopodiché offrì la mela a Piero ma questi rifiutò sollevando le mani dal piatto.
«sai…» continuò la mamma sorridendo al marito «tuo padre oggi ha postato sul social una mia foto di qualche anno fa! Vero amore?»
Il padre mormorò un sì imbarazzato e sfuggente, come se le intenzioni di quel gesto fossero state dettate da altre ragioni; la bellezza di un tempo, ad esempio, lo splendore di una gioventù sfiorita, piuttosto che un’espressa dichiarazione d’amore.
«fagli vedere la foto, amore!» continuò la mamma che lisciava la superficie del tavolo come a gustarne il lindore «quanti avrò avuto? Una trentina, forse meno?»

Il padre non esitò un attimo e mostrò la foto a Piero che non aveva ancora sollevato gli occhi dal piatto.
«bella!» disse senza coinvolgimento.
«avevo, sì, meno di trent’anni qui. Ventotto forse, ricordi amore? Che fisicaccio però!» le pupille vibravano come se pronte a rilasciare rivoli di pianto che certi ricordi producono «sembra che la mia silhouette sia piaciuta a un bel po’ di gente. Vedi, controlla un po’!»
Il padre si portò l’immagine a meno di un palmo dal naso. Inforcò gli occhiali da presbite e cercò di ingrandire la foto,
«è vero!» rispose con entusiasmo «per bacco, quanti!»
Piero si alzò come sempre per sparecchiare. Sistemò il piatto dentro il lavandino e vi fece scorrere sopra l’acqua corrente del rubinetto. La mamma l’aiutò asciugando dopo il piatto con uno strofinaccio.
«Sai che ci sarà Petra a Natale?» disse a un certo punto mentre Piero si stava ritirando in camera.
«Petra?» rispose voltandosi appena «non verrà neppure quest’anno, mamma»,
«non dire così gioia, lo sai che ha tanto lavoro. La clinica. Il volontariato. Ma quest’anno…»
Piero si era già chiuso a chiave in camera. Non voleva sentire più altro. Era stanco e voleva stendersi a letto. S’infilò il pigiama, aprì le finestre per fare entrare un po’ d’aria poiché la stanza era rimasta chiusa l’intera giornata. Puntò allora la sveglia alle sette del mattino, il pensiero che il giorno a venire fosse l’ultimo della settimana lo aveva tranquillizzato. In realtà non cambiava molto; rispetto alle ore trascorse a lavoro, poteva stare sul social senza il timore di essere rimbeccato dal principale. Provò a prendere sonno allora, rimboccandosi le coperte fino al mento ma era disturbato dai genitori che confabulavano di là in cucina delle solite cose. La madre non perdeva occasione di parlare dello stile di vita del figlio, del fatto che non avesse alcuna relazione, che dormisse ancora nella sua cameretta come un adolescente. E quanto, al contrario, Petra fosse una ragazza dinamica, che già laureata aveva un lavoro e una famiglia tutta sua.

Quando la sveglia suonò, Piero non riuscì a spegnerla. Era mattino, era venerdì e come ogni giorno doveva alzarsi, fare colazione, lavarsi, vestirsi e prendere la coincidenza delle 7. 45.
Tutto questo, però, gli era interdetto perché non riusciva più a muoversi. Non come sempre. Non come le mattine precedenti. Non capiva, e più non capiva, più si agitava nel letto. Gli unici movimenti in grado di fare erano di tipo ondulatorio. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, senza però venirne mai a capo. Appena, infatti, si girava da un lato ritornava velocemente nella posizione originaria. Non sentiva le gambe né le braccia. Gli sembrava di vivere un incubo e sudava. La sveglia però doveva essere spenta; avrebbe impensierito i genitori che ormai conoscevano a memoria i suoi ritmi. Diede un forte colpo di reni e investì con tutto il corpo il comò e la sveglia sopra che cadde per terra rompendosi e spegnendosi una volta per tutte.

Fuori cominciava ad albeggiare. Dal pavimento freddo Piero scorgeva, attraverso la finestra, un cielo aurorale e terso, un profumo di pane del forno sotto casa e il fischio del 360 che iniziava il tuo turno: era tutto assolutamente nella norma. I tentativi allora di rialzarsi furono peggiori di quanto avesse previsto. Per la spinta che adesso serviva, non aveva le forze necessarie. Eppure non doveva fare altro che rimettersi in piedi, una delle attività più naturali che un uomo poteva compiere. Così provò diverse volte, eppure i risultati furono inutili, non tanto per le forze ma perché non aveva le leve per applicarle. Non poteva mollare, non gli restava che insistere e trovare una soluzione. Di certo, non poteva restare così tutto il giorno, sdraiato sul pavimento della camera, a biasimare la sua cattiva sorte. La prima spiegazione che si diede, l’unica plausibile, per quell’assurda situazione fu di essere stato colto da un’ischemia, o un ictus – chissà poi quale la differenza – che gli aveva procurato una paralisi. Erano cose che si sentivano di quei tempi, ne aveva lette di storie su internet! Coetanei, o anche più adulti, senza neppure alcuna patologia pregressa, probabilmente a seguito di stress, di un esaurimento nervoso o solo per troppo affaticamento, entravano in corto circuito e di punto in bianco il corpo reagiva in questo modo. Solo che Piero non si sentiva stressato, né tantomeno affaticato dal lavoro. Anzi, conduceva una vita alquanto monotona, senza picchi di nessun genere, nessuna emozione stravolgente, fosse una tragedia o una bella notizia, una vita piatta, silenziosa, grigia, senza che questo lo disturbasse o che desiderasse qualcosa di meglio.

Turbato da questi pensieri, Piero trovò una specie di soluzione a quella sfortunata circostanza. Rotolò fino al comodino e qui, sfruttando un angolo, usò la testa come leva, riuscendo con molte difficoltà e infiniti barcollamenti a trovare la posizione eretta. Tirò un lungo respiro di soddisfazione per l’impresa riuscita, la sua determinazione era stata premiata. Non poteva definirsi felice ma un sentimento molto simile lo attraversava. Adesso, tuttavia, l’equilibrio era pur sempre precario, non sentiva le gambe e di conseguenza non poteva camminare.
A quell’ora sarebbe dovuto essere già alla stazione, il treno partiva a momenti e, invece, tutto aveva preso un’altra piega. Doveva avvisare il principale. Il ritardo, a questo punto, era inevitabile. Cosa gli avrebbe detto? La luce del giorno, nel frattempo, stava schiarendo la stanza e a breve la madre, trovando ancora la porta chiusa, si sarebbe insospettita. Non sembrava esserci rimedio.

Facendo forza sui fianchi, provò a spostarsi con piccoli salti. Era l’unica. Non vedeva altri modi per muoversi. Al primo tentativo rischiò di cadere per terra, la cosa più difficile di tutte, infatti, era mantenere l’equilibrio perché bastava un niente, anche un improvviso colpo di vento, e sarebbe nuovamente caduto come un sacco di patate. Al secondo tentativo, però qualcosa destò la sua attenzione. Era la sua ombra che si stagliava lungo il pavimento e che, adesso, la luce del giorno cominciava a definire meglio. Osservò attentamente quella lunga sagoma e non capiva cosa fosse, non riconoscendosi; non c’erano né braccia, né gambe e tutto il corpo era un unico blocco, senza armonia, come un monolite, o una lapide piantata sul pavimento. La cosa lo angustiava.
Sembrava che non avesse neppure la testa o che questa fosse una cosa sola con il corpo. Il pensiero di liberarsi da questa improvvisa paralisi passò immediatamente in secondo piano. Si avvicinò allo specchio dell’armadio strisciando come se fosse una cosa che aveva sempre fatto in vita sua. L’immagine che vide riflessa lo pietrificò. Era un mostro, un enorme ammasso di carne informe, con risvolti epidermici che si formavano al centro appena si fletteva e una specie di schermo come testa.
«co… cosa sono?» provò a dire costernato.

Studiava attentamente quell’immagine e, per quanto orrida e aliena, non gli era per nulla estranea, anzi il contesto era piuttosto familiare. Si poteva affermare senza dubbio alcuno che ci si riconosceva. Non era lui pur essendolo. Quell’oscenità che non aveva alcuna ragione di essere lì non era però, stranamente, motivo di disperazione, c’erano tutti gli interrogativi che una circostanza del genere poteva far nascere ma, nonostante questo, Piero non era né avvilito né demoralizzato. Nei minuti che seguirono cominciò persino a prendere confidenza con questa nuova versione di se stesso, una deformità che, seppur oscena e disgustosa, si addiceva alla sua più oscura natura. Era di una mostruosità anonima, non ricollegabile a nulla di conosciuto, di sperimentato; di primo acchito era anatomicamente la parte di un tutto, un dito, un pollice gigante.
Si allungò, si mise di profilo, si piegò in due, una sequenza di movimenti, tutta accompagnata da un divertito compiacimento, un riscoperto narcisismo dell’orrore.
Poi, un calpestio lento e sospetto lo riportò sulla terra. Riconosceva i passi. La mamma si era appostata dietro la porta e teneva esitante una mano sulla maniglia. L’orecchio vicino per auscultare il minimo movimento,
«gioia, sei ancora a letto?» sussurrò.
A Piero salì il cuore in gola. La porta fortunatamente era chiusa a chiave e, per un attimo, si sentì rassicurato.
«stai male, forse?» continuò «sono le otto passate, gioia!»

Piero provava ma non riusciva a rispondere. Era una situazione assolutamente inedita quella che stava attraversando. Oltretutto non si era mai assentato da lavoro in vent’anni di onorato servizio. Come spiegarlo alla madre se non con un malessere? E che tipo di malessere poi, tale da costringerlo in camera, a letto, e senza vedere nessuno?
«sto… sto bene mamma» riuscì a balbettare «ho solo un po’ di nausea»,
La mamma volò subito alla cena della sera. Cavolfiore lesso, tutto lesso, pensò sorpresa.
«hai avvisato il principale, gioia?»
Piero rispose di sì, che avrebbe mandato una mail e che si sarebbe preso una giornata di malattia.
«non ti preoccupare» concluse.
La mamma rimase in attesa fuori, pensierosa. Sperava che Piero le aprisse la porta, invece quel ragazzo conservava un inusuale riserbo.
Il padre era appena uscito dal bagno. La vestaglia slacciata e i calzini bianchi di spugna che risaltavano da sotto il pigiama, seguiva divertito un video sul cellulare.
«che succede qui?» chiese appena vide la moglie davanti alla camera del figlio.
«dice che… sta male!» rispose la donna poco convinta,
«male, Piero? Sarebbe la prima volta»
«figliolo!» esortò l’uomo contrariato «apriamo questa porta. Vediamo cos’hai!»

Piero cominciò a girare su se stesso in un turbinio di emozioni che lo tenevano con il fiato sospeso. Dopo un piccolo salto, quasi un riflesso incondizionato, si lanciò a letto e si arrotolò tra le lenzuola. Il testone lo posizionò sotto il cuscino e da lì parti una voce verosimilmente soffocata,
«non posso, papà» disse facendo attenzione a non tradirsi «non riesco a muovermi, mi gira la testa! Ho la nausea!»
I coniugi si studiarono perplessi. Ognuno che aspettava dall’altro la soluzione al problema. La mamma aveva ancora la mano sulla maniglia, quasi fosse tentata di fare irruzione.
«riposati per adesso!» sentenziò alla fine la donna «aspettiamo che ti riprendi»
Piero sospirò di felicità per la notizia. I genitori così si allontanarono, scambiandosi sguardi di complice rassegnazione.

Fino a sera di Piero non seppero nulla. La mamma contava i minuti per l’apprensione e non riuscendo a stare ferma, camminava ininterrottamente avanti e indietro per la cucina.
«ha saltato pure il pranzo!» diceva tra sé e sé.
Il padre, allungato sulla poltrona, scrollava le notizie sul social e all’occorrenza ne commentava alcune da cui facevano seguito delle discussioni interminabili che lo vedevano impegnato per ore.
«forse, dovremmo avvisare Petra?» disse a un certo punto la madre in un attimo di pace,
«Petra?» rispose l’uomo sollevando appena un ciglio «e perché mai?»
«amore, perché è un medico. Ed è brava!»
«Non la disturbiamo per queste sciocchezze. Passerà, che vuoi che sia! Anzi, lo sai che ti dico…» concluse lanciando il cellulare sul divano stizzito da qualcosa che aveva appena letto «ora lo chiamo per la cena. E’ pronto?»
La donna si guardò attorno sconsolatamente; c’erano patate lesse sui fornelli e i cavolfiori della sera prima. Annuì docilmente.
L’uomo si strinse così la vestaglia che gli cadeva fino ai polpacci e, sicuro della sua posizione, andò a chiamare il figlio, disposto anche a fare una ramanzina se necessario.
Bussò alla porta senza avere risposta.
«giovanotto!» disse mettendosi sulle punte e appoggiandosi a uno stipite «che dobbiamo fare? Tua madre ha preparato la cena!»
«no, papà!» si sentì, dopo, un po’ sibilare timorosamente qualcuno dall’altra parte «non sono ancora pronto!»
«no?» fece eco l’uomo risentito «che vuol dire no? Piero, figlio mio, sei stato tutto il giorno chiuso in camera. Fatti vedere quantomeno»
Il silenzio che si frappose fra i due era così carico di aspettative che il padre esplose due pugni sulla porta.
«avanti, figliolo, apriamo questa maledetta porta. Non te lo fare ripetere più! Sii uomo!» gli urlò fissando severamente la superficie di legno,
Piero era profondamente provato. Quello che temeva più di ogni cosa era la reazione dei genitori, soprattutto il malessere che avrebbe sofferto la madre nel vedere quella mostruosità. All’orrore si univa altresì un sentimento di colpevolezza che sentiva di provare e che non si sapeva spiegare. Quasi fosse lui, in fin dei conti, il vero responsabile di come si stavano sviluppando gli eventi.
«non ho fame, papà» balbettò con un tono che sembrava provenire dall’oltretomba «lasciami in pace, per favore!» aggiunse con più decisione.
L’uomo strizzò i pugni per il nervosismo e marciò sul posto per evitare la sfuriata. La madre sì unì alla famiglia vista la snervante attesa in cucina. Si passava una mano tra i lunghi capelli bianchi, per sciogliersi i nodi probabilmente, ma sembrava più per tenersi occupata in qualcosa. Gli occhi sofferti spiccavano rossi e madidi come chi ha appena troncato un pianto sul nascere. Nonostante infatti il dolore, mostrava una certa fermezza. Bussò così docilmente che Piero riconobbe il tocco materno. Sollevò il testone in direzione della porta e scivolò via dal letto fissando la porta come se avesse avuto la madre di fronte.
«amore… ti prego, apri» provò a dire la mamma con un nodo alla gola «siamo i tuoi genitori, di cosa devi avere paura? Siamo qui per aiutarti! Qualunque cosa la supereremo insieme!»

Piero strisciava lentamente, indeciso se aprire o no. Aprire tuttavia la porta poteva rivelarsi un affare particolarmente complesso. Esaminò attentamente la serratura, la chiave: troppo piccole entrambe, e lui non aveva braccia, né una particolare appendice che l’avrebbe agevolato. Gli sfuggì un lamento che allarmò i genitori,,
«che succede gioia?» dissero coralmente i due incollandosi alla porta,
Piero scuoteva il testone impotente.
«non so come fare!» piagnucolò il ragazzo «non riesco. Non posso!»
i coniugi si studiarono perplessi.
«che vuol dire non riesci, amore?» domandò la mamma che non riusciva a distogliere gli occhi increduli dal marito,
«non riesco, non riesco!» gridò con rabbia, e non tanto per la situazione in sé, quanto perché non riusciva a spiegare la ragione di quell’impedimento. Non avrebbero capito.
«che faccio… » domandò il padre alla moglie «sfondiamo la porta?»
Lo sguardo compassionevole della donna fu così esaustivo che quella proposta si consegnò subito all’oblio.
«amore…» disse la donna sempre con più accondiscendenza «perché non riesci ad aprire la porta. Forse è rotta?»

Piero pensò di avere trovato una soluzione. Per aprire poteva sfruttate lo schermo che aveva sulla testa, la cui estremità si sporgeva dalla carne quanto bastava per poterci infilare la chiave, poi una leggera torsione del corpo avrebbe fatto il resto del lavoro. Si piegò il testone all’altezza della maniglia e subito diede una capocciata contro la porta così brusca che i genitori furono costretti a indietreggiare di un passo dallo spavento.
«che è successo amore?» chiese la madre in ansia,
«sto provando ad aprire» rispose il ragazzo dopo un po’. Una risposta che non poteva che suscitare maggiori perplessità.
«provando?» ripeterono i coniugi.
Il secondo tentativo risultò più fortunato. Piero era riuscito ad abbassarsi fin sotto la maniglia. Quel movimento gli costò un forte dolore ai reni che sapeva di crampo. Tuttavia resistette stoicamente. Trovò la chiave ma con la parte cartilaginosa che non immaginava così sensibile. L’ultimo tentativo andò a buon fine, se non per determinazione almeno per fortuna. Perché la testa della chiave s’incastrò facilmente tra la carne e il bordo cartilaginoso, e con una sofferta torsione del corpo avvertì finalmente l’inconfondibile scatto della serratura.

I coniugi esitarono finché la mamma non prese l’iniziativa e aprì la porta. Lo fece lentamente con il marito alle spalle che la seguiva timorosamente, quasi prevedesse chissà quale stranezza si celasse dietro la porta. Appena questa fu spalancata, i coniugi dovettero mettere a fuoco perché, adesso, la luce era fioca, era sceso il buio e la stanza era scarsamente illuminata dai lampioni della strada. I coniugi balbettarono qualcosa e frattanto incedevano con trepidazione, chiamavano il figlio che non rispondeva; questi era fermo, al centro della stanza e la sua ombra, tozza e imponente, si stagliava lungo la parete rendendo quella sagoma ancora più terrificante.
Quando finalmente i genitori riuscirono a mettere a fuoco, quando la figura di Piero cominciava a definirsi in tutta la sua mostruosità, si sentì solo un sussurro di stupore.
«e quindi?» domandò il padre senza capirci più nulla «perché non riuscivi ad aprire figliolo?»
«tesoro…» implorò la mamma «cosa c’è che non va?»
Il padre accese la luce e l’unica cosa che trovò fuori posto era il letto disfatto, con i lembi delle lenzuola strisciare per terra e il cuscino interamente accartocciato. Piero non sapeva cosa rispondere e, per un attimo, l’idea di parlare sembrava la scelta meno opportuna.
Solo allora la mamma mollò i capelli lungo le spalle, si massaggiò le mani che sentiva innervate e si lasciò scappare una risatina isterica.
«ci hai fatto preoccupare moltissimo» disse il padre che evidentemente diede voce al pensiero della moglie.
«scusatemi» mormorò Piero.
«è il lavoro, amore! Hai bisogno anche tu di ferie»

In cucina, pochi minuti più tardi, la madre si era rimessa a preparare, più in forze che mai. Aveva buttato nella pattumiera tutta quella roba bianca e lessata che aveva proprio nauseato. Il padre aveva ripreso a leggere gli aggiornamenti sul telefono, c’erano un centinaio di video che si erano accumulati nella home e una campanellina rossa trillava per la visione. Riprese a grattugiare impaziente il bracciolo del divano e si era sistemato, questa volta, un cuscino tra le gambe e un altro sotto il sedere.
«gioia mia, ha bisogno di un periodo di vacanze!» diceva la donna tra sé e sé. Era concentrata adesso sopra un gambo di sedano, una mezza cipolla e un pomodoro che tagliava in finissimi cubetti. Buttò tutto in padella e l’olio cominciò a sfrigolare. Riempì la pentola d’acqua e, per un attimo, si perse nei suoi pensieri tanto che l’acqua tracimò dal bordo «tra poco sarà Natale…» si ricordò in quel momento «speriamo Petra si unisca alla famiglia. Almeno quest’anno»,
«Petra non verrà, amore! Non ci contare» puntualizzò il marito che in quel momento stava scrollando malinconicamente le foto della figlia di qualche anno prima. Erano appunto foto di un Natale di quando era poco più che adolescente.

Piero entrò senza fare rumore, timidamente. La madre gli lanciò un sorriso che le congelò le pupille di un amore infinito. Poi cominciò ad apparecchiare come ogni sera la tavola, interrompendosi sempre per la stessa ragione, i capelli che le intralciavano i movimenti; allora li raccoglieva attorno a un laccio che tirava fuori magicamente da qualche taschino. Il silenzio era rotto solo dall’acciottolio dei piatti e delle posate, e rumori analoghi provenivano da fuori, dalla strada.
Piero si abbandonò sulla sedia stremato, non aveva fame e avrebbe saltato pure quel pasto. Si sentiva come un ospite in diritto di chiarire un equivoco, un imbarazzante malinteso. Ma non sapeva da dove partire e cosa spiegare. Era evidente a tutti che qualcosa non andava più, ancora una volta.
La cena fu servita ed era fumante. Il profumo fu così invitante che il padre mollò il telefono e saltò subito al posto di capotavola.
«hai bisogno di riposo, figliolo» disse l’uomo inforcando un rotolo di spaghetti «lunedì a casa! Senza storie».
«papà ha ragione, gioia mia!» continuò la mamma «Petra te lo confermerebbe. Sai che forse viene questo Natale?»
«non verrà mamma!» replicò Piero,

Il vapore si era sollevato formando un banco nebbioso che limitava la visibilità. Fu una questione di secondi, poi si dissolse come un pensiero irrilevante. Il dolore era una cosa seria e rischiava di uscire fuori dal pentagramma della quotidianità, uno spazio, spesso soffocante e angusto, ma sufficientemente al sicuro. La normalità riesce a neutralizzare i rumori esterni, permette di vivere una solitudine impenetrabile.
Così pensando si poteva vivere serenamente, Piero stava bene e si sarebbe ripreso in breve. Lunedì sarebbe rientrato in ufficio, era una persona forte e determinata, aveva le spalle larghe, il principale non dubitava di ritrovarlo al suo posto. Chissà cosa gli sarà passato per la testa. Un capriccio. Una debolezza passeggera. Un momento comunque superabile. E Petra, una meraviglia, non le era accaduto nulla di male. Perché mai poi. Era una donna attenta e previdente. Sì faceva scrupoli su tutto. E quindi. Quindi un giorno sarebbe ricomparsa da quell’angolo che il vuoto riserva ai ricordi, la notte di Natale magari, insieme ai nipotini, al genero, e tutto sarebbe stato come sempre. Normale e bellissimo.

Informazioni su Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.
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