Articolo di Luciana Mongiovì

Nella prefazione de “La voce del padrone” (1968) dello scrittore polacco Stanislaw Lem – lo stesso, per intenderci, del celebre “Solaris” (1961) – l’autore condivide col lettore alcune intime note autobiografiche, rivelando un acume introspettivo di pregevole spessore e coraggio.
Scrive Lem a proposito del suo “male”:«Negli ambienti più decorosi, per esempio in chiesa, o in compagnia di persone particolarmente rispettabili, il mio pensiero correva spesso verso ciò che mi era proibito. (…) Non ricordo quando fu che li intrapresi per la prima volta. Ricordo solo il terribile senso di rimpianto, la rabbia e la delusione che mi accompagnarono per anni quando fu chiaro che nessun fulmine, in nessun luogo e in nessuna compagnia, avrebbe colpito la mia testa colma di cattivi pensieri. (…) la verità è che quel fulmine, o qualsiasi altra forma di tremendo castigo e espiazione, io l’auspicavo, l’invocavo, e detestavo il mondo quale luogo della mia esistenza per avermi dimostrato la vanità di ogni azione mentale, ivi comprese quelle cattive. Per cui, pur astenendomi dall’infierire sugli animali o sull’erba, trituravo pietre e sabbia, malmenavo gli utensili, torturavo l’acqua e facevo mentalmente a pezzi le stelle per punirle della loro indifferenza; e più capivo quanto comici e ridicoli fossero i miei gesti, più mi accanivo con furia impotente».


Continuando a teorizzare circa la sua “innata cattiveria”, giunge a recuperare un ricordo (nevralgico) associato alla lunga e terribile agonia della madre: «Io l’amavo, ma nello stesso tempo tendevo a registrare con una sorta d’impaziente avidità la progressiva distruzione operata in lei dalla malattia. A quel tempo avevo nove anni. Lei, personificazione della serenità, della forza e di un quasi regale equilibrio, giaceva immersa in un’interminabile agonia prolungata dai medici: io, accanto al suo letto, nella penombra della stanza impregnata dall’odore delle medicine, riuscivo a controllarmi. Una volta, però, dopo essere uscito chiudendomi la porta alle spalle e accortomi di essere solo, avevo lanciato un ghigno di soddisfazione verso la camera; dopodiché, non pago, ero corso nella mia stanza e lì, con il fiato in gola, mi ero messo a saltellare a pugni chiusi davanti allo specchio, facendo smorfie e ridacchiando come in preda a un solletico di gioia. Di gioia? Capì perfettamente che la mamma stava morendo: era da quella mattina che mi disperavo e quella disperazione era altrettanto autentica dei miei soffocati sogghigni. Ricordo benissimo quanto quei sogghigni mi facessero paura ma, nello stesso tempo, come mi facessero superare tutto ciò che fino a quel momento avevo conosciuto».

Per Lem, dunque – per il suo vissuto più profondo – non c’era che una scelta: perire con lei, con l’amata mamma moribonda, oppure “deriderla” con una risata e così tradirla e seppellirla. L’autore ipotizza, a tal proposito, l’attivarsi di una sorta di riflesso autoprotettivo della mente.
Forse, potremmo immaginare che, se quel bambino non fosse stato lasciato da solo a sostenere il peso di un dolore troppo grande e troppo poco comprensibile per la sua mente ancora in fieri, sarebbero stati possibili, sarebbero stati pensabili, altri modi per elaborare e tollerare la sofferenza e la rabbia, altre “vie d’uscita” rispetto a un dolore incomunicabile, muto, senza parole. Un sogghigno, uno sghignazzo, un segnale del e dal corpo che sa, presumibilmente, di noi stessi più di quanto ne abbiamo consapevolezza.

Inevitabile, a questo punto, l’associazione col film “Joker”, che sta sbancando in questi giorni nelle sale cinematografiche, e che, eccezionalmente, ha suscitato una bagarre, un proliferare di recensioni e commenti, a riprova di quanto il film attivi una pensabilità, toccando corde intime embricate in movimenti emotivi contorti e controversi.
Da psicoanalista attenta ai livelli profondi della psiche e delle relazioni, da persona che lavora quotidianamente con la sofferenza umana ed esistenziale, mi preme sostenere che “Joker” non è un film su un supereroe dei fumetti e neppure su un comico rivoluzionario che fonda, suo malgrado, un movimento politico.
“Joker” è, innanzitutto, il racconto cinematografico, emozionante, intenso e inquietante, di una persona che soffre. Che soffre molto; moltissimo, possiamo aggiungere.
Un uomo che, nonostante un esordio della vita particolarmente “imperfetto”, traumatico e doloroso, prova a mettersi in gioco cercando un’occupazione, innamorandosi, prendendosi cura della sua famiglia costituita dall’anziana madre, instabile e ambivalente.

Quando apprende che a causa degli ennesimi tagli alle politiche sociali non potrà più usufruire, più che dei farmaci, di quegli incontri che, con la loro continuità e stabilità puntellavano – fungendo da sestante – una mente fragile e confusa, esprime – questa volta sì con le parole anziché con la risata-ghigno involontaria – tutta la sua inconsolabile disperazione: io, allora, con chi parlerò?
Rinchiudersi dentro il frigorifero, dopo averlo svuotato di tutto punto, sembra assurgere al movimento del reinfetamento, al rifugiarsi dentro un grembo materno, luogo sicuro capace di contenere le sue angosce più terribili e di proteggerlo una volta per tutte.
In diversi suoi lavori Freud sottolinea che il bambino, più di tutto, desidera diventare grande, essere adulto. Ciascun suo gioco è ispirato da tale desiderio che favorisce una buona identificazione con l’adulto papà o mamma. Desiderio dunque che fornisce sostegno al suo sviluppo e alla sua crescita.
Tuttavia, seguendo a grandi linee il pensiero di Winnicott, psicoanalista e pediatra, occorre che ab origine l’ambiente (inteso in primis come il corpo e la mente della madre) garantisca una continuità della sua esistenza, laddove defaillance ambientali costituirebbero pressioni cui lo psiche-soma deve reagire producendo, in tal modo, distorsioni dell’integrazione psicosomatica.

A ciò si aggiunge il peso dell’ambiente sociale. Joker vive in una società violenta, bruta, prevaricatrice, segnata da isolamento, ingiustizia e solitudine. Una società indifferente. Persino alla mole di spazzatura (simbolo dell’imbarbarimento apicale) che la sommerge rendendola una cloaca a cielo aperto; non in modo granché dissimile, a conti fatti, dalle città in cui viviamo oggi.
Chiosa Lem, nella sua prefazione, in merito alla cattiveria, a quest’”imperfezione” umana, troppo umana, collegandola con una deformità puramente accidentale, ghiribizzi e deviazioni dell’antropogenesi.
Se solleviamo il “cielo” dalla responsabilità di un disegno superiore di cui essere vittima come genere umano, pur non di meno il rischio che corriamo è quello di crederci assolti a prescindere.
L’indifferenza – scriveva Primo Levi – forse è il male più grave.