articolo di Adriano Fischer

Sarò sincero, non sono vegano! Però lo sono stato, ci ho provato. Per tre mesi, giugno, luglio e agosto – quando l’essere frugale rappresenta una necessità – ho riscritto la mia dieta, quindi ho eliminato tutti, e dico tutti, gli alimenti di origine animale che, poi, voleva dire per le mie abitudini cassare formaggi e pesce. È stata dura. Molto dura. È inutile che sciorini adesso la mia alimentazione quotidiana, mi limiterò a dire che mangiavo molte verdure e altrettanti frullati di carote o di cetrioli, insomma certi pastrocchi che non vi dico. E’ stata dura principalmente perché se non entri in certi giri, sono battaglie che combatti da solo, la gente ti potrà odiare o amare ma di sicuro non troverai apostoli – termine che uso intenzionalmente – che sosterranno la tua rivoluzione alimentare.

La comunità non è neppure organizzata; risulta sempre più conveniente comprare prodotti di provenienza animale che strettamente vegetale, costano di meno, sono di più e sono ovunque. C’è addirittura una sorta di discriminazione, se non di confinamento, nei confronti di chi ha adottato uno stile di vita vegano.

Le persone non sono ancora pronte e da sole, cioè senza un intervento alto e dall’alto, senza un’educazione alla sensibilità, non sono in grado di ricodificare le proprie abitudini.

Non parlerò qui dell’impatto ambientale, di ecosistemi stravolti, dell’inquinamento globale, della perniciosità dell’allevamento intensivo, delle minacce alla salute, vorrei ma non è questa la sede. Quest’articolo è piuttosto ispirato a un fatto di cronaca giudiziaria verificatosi a gennaio di quest’anno e che ha rappresentato un precedente unico nella storia. Ma questa è comunque un’anticipazione. Ci arriveremo.

Non sono un integralista, figuriamoci, ho difficoltà a immaginare la mia vita senza formaggi e, dio mio, senza la ricotta, però sono più che consapevole di non esser solo in questo pianeta, di non esserne né padrone, né, nel limite del possibile, uno sfruttatore. Il veganismo dà la risposta a questa semplice legge della natura, quelle della pacifica e rispettosa convivenza fra gli esseri viventi.

La salute è un argomento secondario, rilevante ma secondario, e nonostante gli scienziati si siano spesi a favore di una dieta vegana perché estremamente salutare se seguita con diligenza, si vive ugualmente, e anche bene, se si consuma carne con misura. L’approccio al veganismo è invece etico, non ci sono altre ragioni, la sua base ideologica è l’antispecismo, un movimento filosofico che ritiene che la capacità di sentire, di provare emozioni non sia prerogativa della specie umana.

È un argomento complesso da far proprio, perché adottare uno stile di vita che aborrisce ogni tipo di sfruttamento animale, dall’alimentazione al vestiario, rappresenta una forte destabilizzazione. C’è poi un’ipocrisia, spesso anche incolpevole, e una certa inclinazione alla millanteria che confonde quei banali meccanismi di coerenza che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens, penso agli amanti della natura, della montagna, che dopo una passeggiata, dopo aver abbracciato alberi e parlato con le piante, si mettono a tavola, e stanchi e senza nessun disagio o rimorso, s’ingozzano di quaglie ripiene al forno. Cannibalismo come espressione di amore? Non lo capisco. Parola al Cottolengo.

Il soggiogamento degli animali è iniziato settantamila anni fa, durante la rivoluzione agricola, prima di allora l’uomo, in forza soprattutto di una cultura animista, non pensava di poter soddisfare i propri bisogni attraverso lo sfruttamento animale. Questo lungo periodo, che arriva fino ai giorni nostri, è chiamato Antropocene, ovvero epoca dell’umanità. Durante questi millenni, infatti, l’homo Sapiens è diventato il più importante agente del cambiamento dell’ecosistema globale. A oggi più del 90% dei grandi animali del mondo è composto da umani o animali addomesticati

Le testimonianze archeologiche lasciano supporre che gli antichi cacciatori raccoglitori fossero animisti, cioè credevano che tra gli animali e gli umani non esistessero tutte queste differenze. Il mondo apparteneva a tutti i suoi abitanti, l’homo sapiens si relazionava con piante, con alberi, con animali, così come con fantasmi e spiriti.

Questa concezione animista non può che apparire aliena al mondo industrializzato cui apparteniamo. La maggior parte di noi pensa agli animali come a esseri essenzialmente diversi e inferiori. Questo accade anche perché le nostre più antiche tradizioni, a cominciare da quelle religiose, risalgono a migliaia di anni dopo la fine dell’era dei cacciatori – raccoglitori. L’antico testamento, per esempio, fu scritto nel I millennio a.C. e le sue storie più vecchie risalgono al II millennio a. C., cioè settemila anni dopo l’era dei cacciatori – raccoglitori. La Bibbia, nonostante sia un librone popolato da tanti miracoli, effetti speciali, meraviglie ed eventi fuori dall’ordinario, respinge le credenze animistiche. Solamente una volta accade che un animale cominci una conversazione con un umano, ed è quando il serpente tenta Eva spingendola a nutrirsi del frutto proibito della conoscenza.

Nella maggior parte delle lingue semitiche “Eva” significa serpente, o anche serpente femmina. Il nome della nostra madre ancestrale nasconderebbe un arcaico mito animista, secondo cui i serpenti sono i nostri antenati e quindi tutt’altro che nemici o diavoli tentatori. Numerose culture animiste accettano la discendenza degli uomini dai rettili, la maggior parte degli aborigeni australiani crede che il serpente arcobaleno abbia creato il mondo, i popoli Aranda e Dieri ritengono che le loro tribù siano state originate da lucertole primordiali.

Gli autori della Genesi possono aver conservato una reminiscenza delle arcaiche credenze animistiche nel nome di Eva, ma hanno cercato di occultare tutte le altre tracce con cura. La Genesi riferisce, infatti, che gli uomini sono creati per intervento divino dalla materia inanimata. Il serpente non è il nostro progenitore bensì chi ci seduce affinché ci ribelliamo al Padre dei cieli. La Bibbia ha raccontato insomma che gli uomini sono una creatura unica.

Uno dei punti più controversi è se gli animali possono provare emozioni, sentire, al pari degli umani. Come possiamo essere sicuri che, ad esempio, i maiali abbiano bisogni, sensazioni ed emozioni? Non rischiamo ogni volta di antropomorfizzare gli animali, attribuendo qualità umane a entità non umane?

In realtà attribuire emozioni ai maiali non significa umanizzarli ma “mammiferizzarli”. Le emozioni, infatti, non appartengono soltanto agli umani ma sono una caratteristica che condividiamo con tutti i mammiferi. Certo, sussistono delle differenze ma, come concordano neuroscienziati e psicologi, esiste un’emozione fondamentale che pare essere condivisa fra tutti i mammiferi: il legame che si crea tra la madre e la sua prole.

La parola “mammifero” deriva dal latino mamma che significa “seno”. Le madri mammifere amano la loro prole così tanto che le permettono di succhiare il nutrimento dal loro corpo. I cuccioli di mammifero, d’altra parte, sentono il bisogno vitale di legarsi alle loro madri e stare vicino a loro. In natura, i maialini, i vitellini e i cuccioli di cane che non riescono a stabilire un legame con le loro madri raramente sopravvivono. Così come accade ai “cuccioli” umani.

In una serie di famosi esperimenti, lo psicologo Harry Harlow separò alcuni cuccioli di scimmia dalle loro madri subito dopo la nascita, isolandoli in piccole gabbie. Quando veniva offerta loro la possibilità di scegliere tra una madre surrogato fatta di metallo e riempita con una bottiglia di latte e una madre surrogato ricoperta con una stoffa morbida ma senza latte, i piccoli di scimmia abbracciavano la madre arida ma morbida senza esitazioni. Immaginate, in virtù di questo esperimento, le sofferenze perpetrate ai danni di milioni di animali che vengono rinchiusi in minuscole gabbie, mutilati di corna e code, separati dalle madri, costretti a un continuo, stressante e innaturale ciclo di ingravidamento.

Il teismo è responsabile della marginalizzazione degli animali e, nella stessa misura, di aver eletto il Sapiens a creatura speciale, sistemandolo nel gradino più alto della scala naturae. Il cristianesimo, ad esempio, riteneva che gli umani dominassero sul resto della creazione perché il Creatore li aveva incaricati con la sua autorità. Inoltre, secondo il cristianesimo, Dio aveva dato un’anima eterna alle sue creature predilette. Poiché il destino di quest’anima eterna è il punto centrale dell’intera cosmogonia cristiana, e poiché gli animali non hanno un’anima, essi sono dei meri accessori. Gli uomini, secondo questa concezione, diventavano il culmine della creazione, mentre tutti gli altri organismi venivano relegati ai suoi margini.

Negli ultimi anni i sostenitori dei diritti degli animali sono stati dipinti il più delle volte come degli integralisti, le loro azioni, quando non derise, sono state oltremisura stigmatizzate. La cosa drammatica è che al netto di ogni discussione politica, che al vaglio del tempo si riduce a mero pettegolezzo, o a polemica sterile, gli animali stanno scomparendo dalla faccia della terra. Siamo circondati particolarmente, in misura innaturale, da quegli animali che in un modo o nell’altro ci garantiscono la sopravvivenza. Osservate un po’ la relazione: abbiamo quaranta mila leoni contro venti miliardi di polli, novecentomila bisonti contro due miliardi di mucche.

Viste le dinamiche del veganismo contemporaneo, lo stile di vita, le scelte comportamentali, l’investimento personale, gli aspetti ritualistici e sacrali, è possibile intravederci le caratteristiche proprie di una religione. E’ la religione che con i suoi dogmi, infatti, fa adepti, proseliti, converte, aggrega, crea tabù e nella fattispecie riesce a preservare e salvaguardare il nostro oggetto di culto: gli animali.

E arriviamo, come premesso, al fatto di cronaca giudiziaria. Nel gennaio del 2020 è stata emessa da una corte britannica una sentenza storica. La sezione del lavoro del tribunale di Norwich ha dato ragione a un vegano, Jordi Casamitjana, impiegato della League Against Cruel Sports, organizzazione benefica a difesa degli animali e contro sport come la caccia alla volpe, alla lepre e al cervo, che lo aveva licenziato per aver «gettato discredito» su di essa, accusandola di avere investito un fondo pensioni in società coinvolte in test sugli animali. La corte, nell’accogliere il ricorso del dipendente, ha riconosciuto che il veganismo è, in tutto e per tutto, paragonabile a una religione sicché un licenziamento per tali ragioni rappresenterebbe una vera e propria discriminazione.

La sentenza, così, oltre ad assicurare la reintegrazione di Casamitjana, ha rappresentato un precedente che impatterà su diversi ambienti e ha dato un’identità, precisa e inequivocabile, a un diritto che dovrebbe essere in fin dei conti il più naturale del mondo, cioè il rispetto per gli animali.