Senza vergogna

Se c’è una cosa che sentivo frequentemente da piccolo, e così anche da adolescente, oltre “Molla subito quel cannolo!”, era “Vergognati”.

Non che fossi io l’unico destinatario, anzi, per certi versi era un’abitudine che rischiava di castrare ogni spontaneità, ogni pulsione innocente.

La parola era davvero un tormento a casa, a scuola, alla televisione; ogni istituzione si dotava, già solo perché un crocefisso campeggiava sui muri, della sua quota di “Vergognati!”

La vergogna, a differenza degli altri sentimenti dell’uomo sociale, quale il pudore o l’imbarazzo, non è mai un sentimento privato, neppure quando si manifesta tra le mura domestiche. Ci si vergogna anche quando si sta soli, perché delle nostre azioni risponde un tribunale, invisibile ma esistente, che presiede e giudica i nostri comportamenti.

Perché esista, perché insorga, deve essere percepita dal soggetto una struttura sociale e la volontà di essere parte integrante di tale struttura.

Vergogna è consapevolezza che vi sia un valore rispetto al quale confrontarsi, un “osservatore” giudicante, sia pur esso ideale, che si limiti a far maturare un giudizio interiore nel soggetto. E quando si parla di “valori”, si allude a un sistema di regole e di condotte ben codificate cui inconsapevolmente si sottoscrive l’adesione.

Potremmo dire, seguendo questa logica, che la vergogna funziona da super-io, cioè agisce da giudizio correttivo. Che cosa ho fatto? Che cosa ho detto? Che cosa penseranno di me? Quando si è colti da vergogna, quindi, quando si contravviene alle regole di condotta codificate, ci si sente inadeguati, manchevoli, addirittura colpevoli. Il corpo reagisce com’è noto, le guance si tingono del colore del papavero, si abbassa lo sguardo, ci si volta da un’altra parte. E sembra sia un buon segno. Terenzio scrisse nella commedia I fratelli: «è arrossito, tutto a posto».

Tutto a posto, esattamente! Perché finché si prova vergogna, gli anticorpi sono in funzione, il giudizio di correzione è in corso di attivazione, il soggetto è risentito, sdegnato, mortificato, farà il possibile perché in futuro quella situazione non si ripresenti più.

Nel momento in cui vi è incapacità di provare vergogna per qualcosa, è testimoniato il rifiuto della struttura sociale in cui si è collocati, cui si appartiene. È anche un rifiuto culturale e, quando radicale, decreta una mancata percezione del senso della storia, del mondo e degli altri.

Quest’articolo nasce a seguito del gesto di un’attivista di Forza Nuova, al secolo Selene Ticchi D’Urso, che il 28 ottobre, in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, nella manifestazione svoltasi in quel di Predappio, ha indossato la maglietta nera con la scritta Auschwitzland, realizzata con la stessa grafica in uso dalla Disney.

Ho rimuginato sopra quella foto un’infinità di volte. Il sorriso fiero e gaudente dell’attivista mi ha inferto tanti colpi quante le vittime cadute in quel campo di concentramento. E me lo sono chiesto, sì che me lo sono chiesto: ma come fa a non vergognarsi?

Se non fosse stato per alcuni membri dell’Anpi che hanno denunciato in procura questa rievocazione criminale del periodo fascista, Forza Nuova non avrebbe, molto probabilmente, allontanato la sua attivista.

L’incapacità di provare vergogna di questo periodo, secondo Nicola Gardini, scrittore e pittore che ha curato per il corriere della sera uno studio su questo fenomeno, è dipesa dal fatto che i colpevoli avvertono che, intorno a loro, la disapprovazione sociale è debole.

Molti leader, ad esempio, sono stati abili a minimizzare l’importanza di imbrogli, a non insistere sulla gravità dell’evasione sistematica, così da introdurre una sorta di amnistia psicologica secondo la quale riusciamo a essere insensibili e ottusi a quei valori di cui prima era naturale vergognarsi.

Internet, per quanto abbia sfondato e allargato i confini, ha creato dei controversi non luoghi, non più sicuramente intesi come punti di riferimento. Nessuno ormai si sente responsabile davanti alla società, una società diversa da quella che ciascuno si crea virtualmente, attraverso la formazione di gruppi che non sono altro che proiezione di noi stessi, di un ego che non accetta confronti, che non ha regole a cui rendere conto o a valori cui sente di conformarsi.

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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