Viaggio al termine della notte di Ferdinand Louis Céline

Se Classico è qualunque cosa che conserva inalterata la sua fiamma, lo slancio vitale che lo ha definito, Viaggio al termine della notte è indubbiamente rubricabile sotto questa voce.

Adesso, e ancora di più, a ottant’anni dalla sua pubblicazione.

È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente.

È cominciata che un giorno di aprile del 1923, il giovane editore parigino Donoel trova sulla scrivania un dattiloscritto di 900 pagine, spazio due, che non porta alcuna indicazione sull’autore. È cominciata così che la lettura di questo dattiloscritto lo porta a una tale esaltazione che mette in moto tutte le sue forze per rintracciare l’autore.

«mi trovai davanti un uomo straordinario come il suo libro. Parlò due ore da medico che sapeva tutto della vita, da uomo di estrema lucidità, disperato e freddo e tuttavia passionale. Lo rivedo ancora nervoso, agitato, occhi azzurri, uno sguardo duro, penetrante, l’aria stralunata.

 

Il suo modo di esprimersi era sempre forte, immaginoso, allucinato. L’idea della morte, la propria e quella del mondo, tornava come un motivo conduttore. Mi descrisse un’umanità affamata di catastrofi, innamorata di catastrofi»

 

Io, che non riesco a sentirmi innocente delle disgrazie che capitano.

L’uomo dagli occhi azzurri e penetranti si firmerà Celine, pseudonimo preso in prestito dalla nonna materna, per non rischiare infamanti dileggi dei colleghi qualora il suo romanzo non avesse riscontrato il successo che meritava. Invece il romanzo esplodePubblico presunto: i medici che vi erano vivacemente attaccati, gli studenti, i lettori colti.

Al centro del Viaggio c’è il medico Bardamu, chiara derivazione autobiografica, che attraversa un mondo in pieno disfacimento. Ne carpisce il dramma, ne sviscera l’indifferenza e lo fa con vis nichilista e corrosiva. E così si stagliano gli orrori della guerra, il degrado dei sobborghi parigini, la disumanità della fabbrica, lo squallore delle colonie che, agli occhi di Celine, sono mali comuni e inevitabili, piaghe purulente e intrinseche al tessuto del mondo.

Se si scrivesse oggi un libro simile, molti lo considererebbero un romanzo politicizzato, comunista, demagogico, politicamente corretto. Chi oggi non dà la colpa della crisi dell’Occidente al capitalismo e si scaglia contro le ingiustizie sociali? Ma la forza del romanzo di Céline risiede nel suo stile personalissimo, nel suo linguaggio che destabilizza ogni fissità sintattico-lessicale, pur essendo criticabile l’individualismo pessimista. Rompe dichiaratamente con la tradizione delle lettere e demolisce ogni pregressa sicurezza letteraria, adottando un lessico polisemico, svariante dal tragico, all’umile, al figurato, al grottesco. Celine escogita una misura inedita, trasgressiva e illuminante, della letteratura del Novecento.

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.

 

About Adriano Fischer

Adriano Fischer è docente di diritto e scrittore. Si occupa di narrativa e scrittura creativa. Gestisce il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”. Collabora con numerose case editrici. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bella Cohen” per Nulladie Edizioni; “Dissipatio G. M.” per Robin Edizioni; “Assenze” per Delfino Edizioni.

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