Vincent sul divano di Marco Marrocco

Capitolare è un lemma medievale che rimanda a leggi o ordinanze emanate dai re carolingi di cui si servivano per regolare molte e svariate questioni, suddiviso in capitoli. Così Marco Marrocco articola il suo “Vincent sul divano” edito da Fefè Editore, conferendo appunto un domino le cui tessere rappresentano idee, commenti e divagazioni intorno ad un nome che si agita per tutta la vita tra pennelli e sedute psichiatriche: Van Gogh, Vincent è Van Gogh.

Il divano è un complemento d’arredo che implica comodità ma non è presente però quando per anni ci ha ospitati nella sua stanza di Arles, come nota Domenico Mazzullo nella sua prefazione, come mai?

Forse perché è il suo personale divano impregnato di tutta la più incomprensibile sofferenza umana o forse perché è scomodo da condividere, quantomeno in un primo approccio.

Questo psicotico libro diventa un ennesimo ritratto di Van Gogh, stavolta in 4D, di cui osserviamo, ascoltiamo e tocchiamo i contorni non riuscendo tuttavia ad incarnarci troppo nelle tinte utilizzate. Disturba un po’ improvvisarci artisti ma ci proviamo per decomporre le parti e ricucire una tela cui aggrapparci prima che scoloriscano le impressioni suscitate.

L’autore lo incontra, lo insulta, gli parla in modo irriverente, lo lapida di domande volte a stimolare risposte che ne svelino genio e presunta follia, lo palleggia tra condizione umana e concezione ultraterrena, ne analizza velleità e sofferenze proprie di un uomo in pena assecondandone l’assurdità di regole e meccanismi attorno a cui arrovella se stesso. Vincent sta zitto.

Marrocco ricorda quanto sia esasperato il ritaglio del pittore che da sempre ci perviene e deride sarcasticamente i referti degli esperti presunti: “…ti sono state attribuite tutte le malattie disponibili nel campionario psichiatrico: schizofrenia, sindrome di Asperger, disturbo bipolare, sindrome maniaco depressiva, demenza sifilitica, porfiria acuta intermittente…”

Forse avrebbe prodotto arte ugualmente o forse no:“non la follia ha prodotto la tua arte… su un’esistenza di 37 anni solamente due sono stati vissuti sotto il cielo della follia” ma l’autore continua ancora una volta a contrariare con insistenza l’idea inflazionata di una concatenazione tra grinta artistica e squilibrio psichico.

“Ti ho visto sai? Hai ficcato le dita dritto negli occhi delle stelle e ne hai cacciato via il colore, per avvitarlo sulla tela….nel vortice poi…tu stesso fino a perderti, fino a non sapere più chi fosse il pittore e chi il quadro….Volevi questo Vincent? Fermare il vortice? Forse eri davvero pazzo.”

Ad un tratto Vincent si alzerebbe quindi dal divano per restare incastrato tra i vortici delle notti stellate, in cui si arrotola e rarefà il turbamento di sé e dello scrutatore che gode delle isteriche pennellate; i sensibili si agitano, gli scettici si limitano a collocarlo in qualche corrente artistica ben definita, i romantici pensano alla legge morale di kant.

Io amo i girasoli per esempio e ringrazio l’autore per avermi ricordato che Van Gogh è stato un uomo diverso e autentico che ha stabilito le regole della composizione in cui sublimava il proprio disadattamento terrestre, come un Baudelaire con in mano “I fiori del male”, sintomo di un poeta maledetto della pittura che si oscura insieme ai suoi corvi.

Ogni tanto muove le pupille con una birra amara in mano e si illumina fumando e sfumando di giallo i campi di grano olandesi. I momenti di luminosità che promanano le tele di Van Gogh sono scanditi ironicamente dall’autore che si imprime in Theo, fratello alter ego e concretizzazione di Vincent, con cui intesse un fittissimo carteggio, cornice della vita personale e artistica; Marrocco ne fa saldo perno su cui poggiare un rapporto simbiotico inconsciamente causa di conflitto interno e allo stesso tempo sorgente presa in prestito da cui far sgorgare l’empatia tra sé e Vincent, entrambi portatori sani dei tumulti dell’anima.

Da questi monologhi scaturiscono profonde rivisitazioni che disorientano un po’ il lettore immerso in una centrifuga di ragionamenti per seguire nuove prospettive colme di dettagli inediti, consapevole di avere davanti una nuova chiave di lettura per rintracciare dietro l’arte la vera vita di un uomo sconvolto.

Alla fine del libro possiamo sederci sul divano con gli occhi chiusi per ascoltare in silenzio il semplice dialogo tra realtà e immaginazione.

 

 

 

 

 

Informazioni su Ombretta Costanzo

Ombretta Costanzo si occupa di marketing operativo, ha una formazione universitaria umanistica con una laurea in Scienze della Comunicazione indirizzo editing. Gestisce da otto anni l' ufficio stampa di un centro commerciale impegnandosi nella stesura e veicolazione di comunicati stampa in testate giornalistiche locali, nonché redazione di articoli ed elaborazione di redazionali. Collabora con il sito di approfondimento culturale “Il Gruppo di Polifemo”.
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *