Vuoti di apprendimento

articolo di Ciccio Schembari

A causa del coronavirus e della forzata sospensione delle lezioni, c’è chi ha enunciato due concetti importanti, “vuoto di apprendimento” e “mancata crescita educativa”, e ha sinceramente espresso che peseranno gravemente sugli scolari. Teoricamente sottoscrivo in pieno questo giudizio, ma, pensando alla mia carriera scolastica, lo trovo esagerato se non anche ingiustificato.
La mia carriera scolastica è stata un continuo accumulo di “vuoti di apprendimento”, notevole per quantità e per qualità. La racconto per insinuarle elementi di dubbio brechtiano, anche laddove sembra non essercene.

Il contesto: sono nato nel 1943; mio padre era del 1894 e aveva frequentato solo la prima elementare; mia madre era del 1898 ed era arrivata in quinta; famiglia contadina e in casa non c’erano libri.
Prima e seconda elementare: regolare.
Terza e quarta: la maestra convinse le mamme meno abbienti a mandare i figli a casa sua per aiuti gratuiti nell’apprendimento. Così un bel gruppetto di circa dieci ragazzi fre-quentavamo regolarmente la casa della maestra che, di tanto in tanto, ci dava qualche le-zione, ma che principalmente ci occupava nei servizi di casa fino anche a fare il bucato. Le mamme sapevano ed erano contente: “si tolgono dalla strada e se imparano i mestieri di casa non è male”. All’epoca – primi anni cinquanta del secolo scorso – non c’erano macchi-ne in giro e si stava tutto il giorno in strada a giocare.

Quinta regolare con un maestro e licenza elementare.
Esame di ammissione alla scuola media: “regolarmente” bocciato. Era normale che i meno abbienti non andassero alla media e i pochi che tentavamo l’esame di ammissione venivamo “regolarmente” bocciati in alta percentuale.
Non entrato dalla porta, entrai dalla finestra ovvero i miei mi misero in seminario e così feci prima media, seconda media, seconda media, terza media, terza media. Dopo cinque anni approdai al liceo scientifico statale.
Primo anno: rimandato in latino e storia. Latino lo preparai, storia no. Sapevo solo una pagina: la polis. Latino andò bene con una onesta sufficienza e fui transitato in seconda.

Secondo anno: rimandato in italiano, francese e matematica. Non fui bocciato a giugno perché il prof. di scienze mi salvò. Il libro di scienze – sistematica animale e vegetale – non lo aprii per nulla e, a fine anno, nell’interrogazione decisiva, a ogni domanda del prof. ri-spondevo con una oscillazione del capo. Fortuna volle che venne fuori una domanda sui conigli. Ora io non studiavo e non ne avevo voglia, ma, ancorché mi fosse venuta la voglia, non avevo spazio per studiare, in quanto l’unica stanza in cui avrei potuto farlo, era regolare ritrovo di tante vicine di casa, che, dedite ai loro lavori, ciaccolavano beatamente. Presi così a rifugiarmi nella vicina biblioteca comunale dove leggevo romanzi. Lessi L’isola del tesoro, Cronin, di moda all’epoca, ed altri. La passione per la lettura me l’aveva tra-smessa mia madre, che nelle lunghe serate invernali ci raccontava i romanzi di Carolina Invernizio che aveva letto da ragazza. Così, frequentando la biblioteca, m’era capitato tra le mani un bel libro (bello, non brutto come i testi scolastici) di etologia, che parlava in particolare dei conigli. Mio padre si dilettava di caccia e a me piacevano la caccia e i conigli, così lessi quel libro. Per cui, alla domanda del prof., raccontai quello che avevo letto. Il prof. sicuramente si accorse che non raccontavo il testo, ma fece finta di nulla e così ebbi sei in pagella e non fui bocciato, ma rimandato in italiano, francese e matematica. Con tre materie con scritto e una orale la bocciatura a giugno era garantita.

In matematica andavo bene, ero sempre andato bene, avevo un feeling con la matematica, ma non col prof., e peggio era coi prof. di italiano e di francese. Passavo la maggior parte del mio tempo scolastico all’ultimo banco a leggere romanzi gialli coperto dai compagni davanti. Decisi allora di preparami per bene la matematica da un prof di origini contadine, e andai anche da un prof. di francese, anche lui di origini contadine. A preparare italiano non ci provai nemmeno. All’esame di riparazione nello svolgimento del tema non so cosa scrissi e all’orale alla domanda: “Parlaci di Don Rodrigo”, mi confusi (non ero lavativo e avvertivo un senso di colpa per aver costretto la mia famiglia a spendere i soldi per la mia preparazione) con l’unica notizia che avevo sentita per caso dalla radio su don Abbondio e risposi: “Don Rodrigo è il personaggio più ridicolo dei Promessi Sposi”. In conclusione ebbi sette in matematica (sette perché a settembre i voti non andavano oltre, ma l’esame fu perfetto), un onesto sei in francese e fui traghettato in terza.

Terzo anno: rimandato in latino e filosofia. Agli esami di riparazione onesto sei in latino, zero in filosofia e traghettato in quarta.
Quarto anno: rimandato in italiano. Andai a lezione da una prof. che forse ne sapeva meno di noi e che manifestamente non aveva voglia di insegnarci e comunque anche questa volta fui traghettato in quinta.
Quinto anno: rimandato in italiano, latino e francese. Italiano lo preparai con un ottimo insegnante di origine contadina pure lui, latino sicuramente non lo studiai e francese non ricordo. E finalmente ottenni il diploma di maturità e approdai alla facoltà di matematica all’università di Catania.

Università: frequentai regolarmente, superai tutti gli esami con voto minimo 27 e mi laureai con 110/110. Mi sfuggi la lode per stupidaggine mia ma sento che la meritavo.
Poi ho fatto l’insegnante, poi il preside, poi l’analista software, poi il narrAttore. Fin dal liceo ho visto tanti film d’autore, ho letto e leggo molto, scrivo parecchio…
Come documentato, i miei “vuoti di apprendimento” sono tanti e notevoli e però non hanno impedito che andassi avanti e con merito.

Anzi sono solito dire, provocatoriamente, che “per fortuna a scuola ero un somaro”. Con l’esperienza e le letture che ho fatto ho capito che io ero somaro perché, naturalmente ed inconsapevolmente, rifiutavo di studiare ciò che non comprendevo. E fu un bene, perché studiare e imparare ciò che non si capisce, come fanno tanti che si conformano all’andazzo scolastico, corrompe i giovani nella mente e nell’anima.

Conclusione: non drammatizziamo più del giusto i “vuoti di apprendimento”. D’altronde le cose che non sappiamo superano di gran lunga quelle che sappiamo!

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